venerdì 28 gennaio 2011

Gli zeru tituli e il zeru giocu di Ciro Delneri (A-Team su LaStampa.it)

Nell'A-Team dell'11 maggio scrissi che scegliendo Delneri la Juve avrebbe abdicato da grande d’Europa. Non mi sbagliavo evidentemente, ma non credevo che già a gennaio avremmo visto una squadra da zeru tituli matematici e, soprattutto, con zero giocu.

Perché la sua storia dimostra che non è un vincente, ma da Delneri mi sarei aspettato almeno una squadra di ubbidienti soldatini, capaci di mettere in campo il suo celebre e monocorde 4-4-2. Senza invenzioni (impossibili con “quel che passa il convento”), ma con tanta disciplina, rigore tattico, qualche geometria.

Invece, dopo sei mesi, del gioco “delneriano” non se ne scorge neppure il fantasma. Un’involuzione inspiegabile: prima s’è cominciato a prendere valanghe di gol, poi a non segnare più, ora non si fa neanche più un cross dal fondo (la chiave di volta del 4-4-2). Come si diceva una volta, schema alla viva il parroco: palla lunga dalla trequarti, calciata a occhi chiusi. Soltanto questo.

Esattamente un anno fa, era il 29 gennaio, dopo aver subito l’eliminazione anche dalla Coppa Italia ai quarti di finale (subendo il gol sconfitta contro l’Inter a San Siro al 44’ del secondo tempo) veniva esonerato Ciro Ferrara. In campionato la Juve era sesta come oggi, con 33 punti (contro i 35 odierni), aveva segnato 33 gol (contro 35) e subiti 28 (25). Insomma, siamo praticamente in copia conforme.

Eppure quello che possiamo chiamare Ciro Delneri è saldo in panchina, organico a presidenza e direzione generale. A questo punto, forse, è pure giusto così: lasciamolo arrivare a fine stagione, perché non è da Juve cambiare quattro allenatori in un due stagioni. Ma cominciamo subito ad attrezzarci per il prossimo anno.

Altrettanto in fretta è necessario che la Società cominci a mostrare i muscoli nelle sedi che contano davvero, perché non veder fischiare un rigore colossale come quello di Mexes su Del Piero è un insulto prima ancora che un’ingiustizia. Poi, amen che non si meritava di vincere: perdere sul campo è sport, perdere in politica è umiliazione a cui non ci si deve abituare.