mercoledì 9 novembre 2011

Calciopoli non si ferma a Napoli


Esistono due categorie di cittadini: quella che a ogni sentenza insorge contro il potere della magistratura e urla al complotto e quella che accetta le decisioni di un potere che nasce indipendente per natura e tradizione democratica. Per cultura, studi, senso civico ed etico mi vanto di ascrivermi al secondo gruppo, proprio nel giorno in cui il mentore e più forte propugnatore del primo vede sfiorire la sua discutibile parabola politica.

Questo per rispondere ai tanti che, direttamente o indirettamente, mi chiedono un giudizio sul processo a Luciano Moggi & co.
Avendo di molto deprecato chi invece di proporre elementi di ragionevolezza (e innocenza) preferiva attaccare gli organi della giustizia, non posso certo pormi altrimenti ora.

A Napoli, di fronte al giudice Teresa Casoria, non si giocava una partita da tifo ultrà. Era un processo penale e, mentre contestare le sentenze di un organo giudicante abborracciato come quello sportivo è lecito e sacrosanto, questa è tutta un'altra faccenda.

Il giudice, che nel processo penale è un organo collegiale e quindi per prendere una decisione deve avere elementi che convincono tutti e tre i giudici, ha avuto il tempo di analizzare tutte le prove a carico e discarico. Al contrario di quanto ebbe un processo sportivo che continua a rimanere vergognoso per modalità e risultati.

Di fatto, che cosa emerge da Napoli? Che Luciano Moggi e la sua cosiddetta cupola condizionava il campionato. Ma occhio, amici ultrà, non per far vincere questo o quello e per rimediare vantaggi sportivi. La sentenza parla chiaro: soltanto per avere vantaggi diretti e personali. Che vanno oltre la Juve. Perché, come recita il sito bianconero: “La sentenza odierna afferma la totale estraneità ai fatti contestati di Juventus, che presso il tribunale di Napoli era citata in giudizio come responsabile civile a titolo di responsabilità oggettiva ai sensi dell’articolo 2049 c.c.”.

Detto questo, due considerazioni doverose. La prima è che questo è soltanto il primo grado di giudizio, le cui motivazioni sono ancora tutte da leggere. Prima di emettere considerazioni definitive è prudente attendere che la sentenza passi in giudicato. Questo per senso di rispetto verso la giustizia.

Seconda, è che il “tutti colpevoli, nessun colpevole” cercato dalla difesa di Moggi, quando tirava in ballo le telefonate di Moratti e Facchetti è fallito. Ma non ha smontato la tesi, che mi pare molto più percorribile, auspicabile e indifferibile, del “tutti colpevoli, tutti puniti”, che deve stare alla base di un ordinamento democratico degno di questo nome.

Che pertanto siano condannati Lotito e Della Valle e, dopo tutto quello che abbiamo letto e sentito, l'Inter ne esca immacolata appare un'iniquità preclara. Ma il giudice di Napoli non era tenuto a esprimersi su quelle telefonate, portate in aula per dimostrare altro. Ovvero l'innocenza degli imputati e non un'ulteriore colpevolezza. Quello sarebbe stato il compito di una giustizia sportiva convincente e vera. Quella che nessuno avrebbe contestato, mentre, nonostante questa sentenza napoletana, piaccia o non piaccia, si continuerà a fare.