sabato 5 marzo 2011

Se è il portiere avversario a non fare la doccia (A-Team su LaStampa.it)

Andrea Agnelli dopo Lecce si lamentò che i suoi giocatori avrebbero potuto non fare la doccia, dal niente che avevano sudato. Chissà se Galliani si lamenterà che questa sera non si laverà Abbiati.

In settimana avevo scherzato, chiedendo se una sconfitta che avrebbe allontanato l’Inter sarebbe stata indolore. Possiamo dirlo: non esistono sconfitte che non lasciano segni. Soprattutto se si parla della terza a fila, dopo il Lecce e il Bologna.

La curva, sdegnosamente, ha scritto su un doloroso striscione, che a questa squadra riserva soltanto indifferenza. Non ci credo. Qui si sta precipitando verso il punto più basso della storia bianconera dal dopoguerra a oggi, inutile girarci in giro. E non si vede la benché minima luce in fondo al tunnel. Se poi ci segna pure Gattuso, il cerchio è definitivamente chiuso.

Alla lettura delle formazioni sono rabbrividito: la catena di sinistra del benedetto 4-4-2 delneriano era formata da Traoré e Martinez. L’avessi letta nel Bari l’avrei ritenuta appena sufficiente per una decorosa retrocessione.

Durante la partita, mentre il Milan faceva il minimo sforzo per non farcela vedere, pensavo ai tempi andati, dai più remoti ai più vicini. Quando, nei match storti, veniva spontaneo pensare: “datela a Causio”, “a Platini”, “a Baggio”, “a Del Piero”, “a Zidane”. Insomma, mettetela in cassaforte, poi succeda quel che succeda.

Stasera non mi venivano nomi. A chi si poteva darla? A Melo? A Martinez? A Krasic? A Chiellini?
Poi vedevo andare a battere le punizioni dal limite i Melo, i Traoré, i Pincopallo e il Capitano languire in panchina. Che altro si può aggiungere? Quando si naviga nella mestizia, l’unica consolazione è attaccarsi all’unico salvagente: abbiamo fatto 41 punti e dovremmo esser salvi.