venerdì 9 settembre 2011

Io c'ero

Io c'ero. E c'ero già prima di entrare nella Nuova Casa. C'ero in autostrada, sulla A-4 Milano-Torino, quando insieme a decine e decine di auto tutte bardate di bianconero, sono giunto allo svincolo per la tangenziale, direzione Venaria, e ho letto l'indicazione: “Stadio Juventus”. Non stadio e basta, non stadio Delle Alpi. Stadio Juventus. Come se fosse una città, e infatti è di più: è un popolo intero. Quello che ieri sera s'è riversato in massa a coronare un sogno. Imboccando quella deviazione, ho capito che era anche metaforica: la storia del calcio italiano stava svoltando e si immetteva nel futuro.

E poi c'ero quando sono arrivato sotto l'ingresso della Tribuna Centrale, o come cavolo si chiama, e ho letto i caratteri monumentali che lo sormontano: Juventus Football Club. Vedendo quella scritta, chissà che emozione avrebbe ricevuto l'Avvocato, che diceva che la J maiuscola sui giornali gli faceva balzare il cuore, qualsiasi altra lettera venisse dopo. Già dalla strada è chiaro che lì entriamo solo noi, che è solo nostro. È casa nostra e tutti gli altri sono ospiti (e per lo più indesiderati).


C'ero anche quando il presidente Andrea Agnelli ci ha dato il benvenuto e, non inquadrato dalle telecamere, ha strappato l'erba del prato, quello “che non sa mentire, perché dice sempre la verità”.

E c'ero quando Giampiero Boniperti, 461 partite in bianconero, non riusciva a leggere il discorsetto, non perché aveva gli occhiali in tasca, ma perché le lacrime che gli offuscavano la vista, mentre noi sugli spalti inghiottivamo un'emozione immensa quanto lui.

E poi c'ero quando s'è accesa la fiaccola “In Memory” e mi sono maledetto per non essere riuscito a portare i miei figli e poter piangere di commozione con loro, come piansi con mio padre sotto il tramonto rosso sangue di Bruxelles.

Io c'ero e, per la prima volta da juventino, mi sono sentito davvero a casa. Welcome home.