giovedì 2 dicembre 2010

Sciopero! Io sto coi calciatori (A-Team, su LaStampa.it)

Chiamatelo sciopero. È una parola nobile e democratica. Molte vite e molti dolori soggiacciono ad essa, non vergognatevi a pronunciarla. Anzi, se siete convinti di quello che fate, pronunciatela fieramente e ad alta voce. Non fermatevi sui cavilli: “Si tratta di astensione e non di sciopero”, dice Sergio Campana, presidente dell’Aic. E se pure è vero che qui non salta un bel niente perché la giornata di campionato viene poi recuperata, con tutti i suoi diritti tv e compagnia cantante, “astensione” suona troppo politicamente corretto. Audioleso, operatore ecologico, homeless e ora astensione. Come se non chiamare le cose coi loro nomi le rendessero diverse.

Invece, è giusto scioperare anche se hai un pozzo di soldi, perché la dignità non ha prezzo. Questa volta non ci sono di mezzo procuratori o clausole rescissorie, diritti d’immagine o sponsorizzazioni. Qui c’è in gioco il ritorno al pre-Bosman, quando le società disponevano del cartellino e, di riflesso, della vita del calciatore. Che, benché lautamente pagato, è un lavoratore che ha sottoscritto un contratto, senza usare il kalashnikov per ottenere la firma della controparte.

Evidentemente, però, siamo arrivati a un punto di non ritorno: la crisi globale sta facendo emergere le falle di un sistema, dove l’improvvisazione e l’ignoranza economica hanno dominato incontrastate. Dove le società hanno accumulato debiti stratosferici che, in qualsiasi altro settore economico, avrebbe causato sacrosanti fallimenti. Si deve rimediare, non c’è dubbio. Ma la risposta qual è? Quella di sempre, non solo nel calcio: riversare sul lavoratore l’onere del risanamento.

E se questi non ha intenzione di pagare l’inettitudine del suo capo? Ecco pronte un paio di norme che spalancano le porte alla ritorsione più pelosa. Anzi, chiamiamolo pure come si usa oggi, nel mondo del politically correct: mobbing.

Perché tenerlo separato dal gruppo e farlo lavorare a parte anche se sta bene, spedirlo lontano contro il suo consenso, renderlo prono e senza difese ai voleri dei più volubili presidenti non è altro che questo: un abuso vergognoso (come lo chiamo io, che sono poco corretto).

Perché i calciatori dovrebbero accettare queste norme a senso unico? Fanno bene a protestare, e io applaudo la serrata, pensando non agli Ibrahimovic o agli Eto’o (e a Chiellini e Buffon), ma a coloro che se la sfangano sui campi di provincia, facili prede di presidenti-padroncini che (sia messo agli atti di tutte le anime belle che s’indignano per gli stipendi dei calciatori scioperanti) tanto proletari non mi sembrano.

Perciò, se loro scioperano, io sfilo al loro fianco. Da lavoratore a lavoratore.

P.S.: la Juve in Polonia saluta tutti e viene eliminata con un turno d’anticipo. In Europa League, cinque pareggi in cinque partite, che io leggo in altro modo: neanche una vittoria. Non condivido l’entusiasmo di una parte (abbondante) della tifoseria bianconera che vive questa eliminazione come la liberazione da un impiccio. Chi indossa la maglia della Juve e la porta a spasso per l’Europa deve avere rispetto per la storia di questa leggendaria società. Quei colori e quelle strisce all’estero significano molto di più di quello che qualcuno qui da noi è portato a credere. Il campo pesante è alibi per signorine. Andate a chiedere un parere a Platini e Boniek se la Supercoppa Europea vinta nel 1985 non è stata partita vera, per via della neve. Il dovere della Juve è uno solo: vincere. Se qualcuno è portato a pensare diversamente, ci sono tanti altri club - dalla Samp al Napoli- disposti ad accoglierli a braccia aperte. Tifosi compresi.