lunedì 14 maggio 2012

Tutte le volte che Alex mi ha fatto piangere

In un solo anno siamo passati da una Juventus che faceva piangere a una Juventus che ci fa piangere di commozione. Incredibile. Se davvero sono le esperienze forti che fanno crescere, ieri sono uscito dallo Stadium diverso.

Non sono mai stato un delpieriano di ferro. Lo sapete. Ma mentre lui faceva il giro di campo più trionfale che storia del calcio conosca, ho capito quanto la mia vita sia indissolubilmente intrecciata alla sua carriera. Il suo gol alla Fiorentina di 18 anni fa è vivido nella mia mente, ma quando accarezzava quel pallone che avrebbe aperto il ciclo della Juve lippiana, io non avevo neppure incontrato la donna che sarebbe diventata mia moglie. A pensarci bene, facevo pure un altro lavoro e, comunque, non scrivevo di calcio. Insomma, ero un altro e lui stava già diventando lui.

Entravo nei trenta quando lui inventava i suoi gol alla Del Piero e poi, nel giro di due anni, ci portava in cima all'Europa e al Mondo intero. Quando infilò la porta del River Plate, per colpa del fuso orario, ero in redazione, non scrivevo di sport e non c'era Internet. Ricordo come fosse ora le continue telefonate per tenermi aggiornato e il solenne giuramento dopo quell'infernale giornata: mai più avrei trascurato così la Juventus. Una delle poche promesse mantenute della mia vita. La donna che sarebbe diventata mia moglie, intanto, aveva una scrivania qualche piano più su. E stava con un altro.

Quando lui s'infortunò, l'8 novembre 1998, l'avevo conquistata (o forse lei aveva conquistato me, vallo a capire). Lei viveva a casa sua, io a casa mia. Non avremmo mai immaginato che dopo 14 anni avremmo avuto due figli e metà della vita condivisa.

Poi lui tornò, faticosamente. Sembrava non riprendersi mai da quella maledetta lesione al crociato. Fui tra quelli che ne invocavano l'accantonamento, ma mi commossi quando segnò al Bari, nel febbraio 2001, dedicando il gol al papà mancato pochi giorni prima. Mia moglie aveva già una bella pancina e portava in grembo i nostri gemelli. Dopo una vita da figlio, stavo cominciando a capire che cosa significhi essere padre.

A Manchester, prima della maledetta finale 2003, il suo manager di allora mi confidò: Alex ha sognato che vince 1-0, gol suo. Vissi tutta la partita nell'attesa di quel gol che non arrivò mai. Ma fu la molla per scrivere il mio primo libro, “Dieci scudetti per una coppa”.

Ero allo stadio quando contro il Brescia segnò il 100° gol in A e quando fece la rovesciata che permise a Trezeguet di segnare contro il Milan il gol che valse il 28° scudetto ero in uno studio televisivo. Una delle prime volte davanti alle telecamere. Sbracai letteralmente di fianco a Pierino Prati, uno che nella vita aveva provato la gioia di fare una tripletta in una finale di Coppa dei Campioni. Grazie ad Alex, mi sentii un vincente.

Intanto Capello tirava e mollava nei suoi confronti e io sentivo che la ragione mi portava dalla parte dell'allenatore, mentre il cuore continuava a grondare di delpierismo. Vederlo trattato come un giocatore qualsiasi mi feriva.

Poi arrivò la serie B. Non è necessario sottolineare che cosa significhi per uno juventino. Ero in tribuna stampa quando contro il Frosinone segnò il suo 200° gol in bianconero e quando contro il Bari giocò la cinquecentesima partita da professionista. Mio figlio, ormai in età da capire la bellezza del calcio, ricevette la sua prima maglietta col numero 10 di Alexdelpiero (tutto attaccato), con autografo. Ogni tanto la tira fuori dall'armadio e la rimira come una reliquia.

Il resto è cronaca, seppur all'ingresso del mito. Da due mesi circa il mio ragazzo mi chiede perché il Capitano debba smettere di giocare nella Juve. Ho provato a spiegarglielo, ma non sono riuscito a essere convincente. Proprio per niente. E ieri, nel giorno della sua Cresima, ha visto il Capitano, che ora è suo quanto è mio, salutare per sempre il pubblico. Anzi, il suo popolo.

Sugli spalti in tanti piangevano, anche in tribuna stampa. Il perché è presto detto: se anche dovessimo trovare un altro Del Piero domani mattina, mio figlio piangerebbe al suo ritiro con suo figlio in braccio. E io, nonnetto rincoglionito, direi al mio nipotino: “Sii fiero di essere juventino, certe leggende le vedi una volta nella vita. Anche se per me è la seconda: io ho visto Alex Del Piero”.