martedì 19 luglio 2011

Allarme o all'armi?

C'è un luogo comune, messo in giro da chissà quale buontempone, per cui “nel calcio la politica non deve entrare”. Cioè, qui si gioca e si fa sport, le cose serie, con tutte le loro sporcizie, devono stare fuori degli stadi. A parte che potremmo stare settimane a disquisire sull'accezione della parola “politica”, ci vuole un bel coraggio a dire che i signori Berlusconi, Agnelli, Moratti, Abete, senza contare le banche e gli istituti di credito, non la facciano. Che non esercitino potere. Che non giochino partite diverse dal calcio. Che non lo facciano sulla pelle di milioni di tifosi.

Come gran parte del vivere civile, anche il sistema football si basa sulla politica. Fin troppo banale, nonostante faccia comodo pensare che lo sport viva in una bolla di sapone profumato. Direi piuttosto che mai come in questo periodo balzi all'occhio come il governo del calcio sia lo specchio del Paese.

Nel solito, infinito editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica di domenica 17 luglio, s'annidano un paio di righe insinuanti: “Per uscire dallo stallo è necessario un più vasto concorso di popolo e di istituzioni, ciascuna nell’ambito della propria competenza. La classe dirigente, le forze sociali, la società civile sono chiamate a dare un fondamentale contributo”.Che tipo di contributo?

Il deputato e giornalista Paolo Guzzanti, osservatore ondivago che da ultimo traccheggia verso lidi del tutto opposti, l'ha individuato ai microfoni della Zanzara, su Radio24: “È un incitamento all'insurrezione”. Detto senza intonazioni scandalizzate, piuttosto con presa d'atto, quasi inevitabile. Pareva persino condividere la proposta. La sedizione come proposta bipartisan.

D'altronde, se un governo non sa prendere neppure la decisione di andarsene, i rischi che si corrono sono ben conosciuti al di là del Mediterraneo. Non siamo il Maghreb e questa è l'unica consolazione.

Però l'inquietudine striscia. Persino Gian Antonio Stella scrive sul Corriere (non su Lotta Continua!) del 18 luglio: “L'impressione netta è che, mentre chiedono ai cittadini di mettersi «una mano sul cuore e una sul portafoglio», per usare un antico appello di Giuliano Amato riproposto da chi aveva seminato l'illusione di non mettere mai le mani nelle tasche degli italiani, quelli che Giulio Einaudi chiamava «i Padreterni», non si rendano conto che il rifiuto di associarsi a questi sacrifici rischia di dar fuoco a una polveriera”.

È vero, un governo che non governa è miccia per polvere pirica. Il calcio, che – va ribadito - è politica, viaggia sugli stessi binari. Non può il presidente della Federazione dichiararsi incompetente a decidere sullo scudetto, cioè il massimo momento dello sport che rappresenta. È come se il Governo si dichiarasse incompetente a varare la Finanziaria. Incapace è un conto, incompetente mai. E qualora lo ammettesse: valigie immediate.

Invece, il governo del calcio è lì, stabile, con un Presidente che dal 1996 balza dalla sedia di vice a quella di titolare, senza perdere un colpo. Nel 2006, era il vice di Franco Carraro e ha resistito imperterrito anche allo tsunami di Calciopoli: non ha nemmeno dovuto riciclarsi alla Federsci.

Se si vuole evitare una rivoluzione da stadio, bisogna intervenire al volo. Dall'alto, dal basso, da dove volete: ma un movimento così ampio e che smuove sentimenti tanto viscerali ha bisogno di una guida ferma, autorevole e riconosciuta. Questo consiglio federale è quanto di più lontano. È un consiglio incompetente. La soluzione per salvare il nostro calcio non passa più dai tribunali: è, guarda caso, l'ennesima questione politica.