Interessante statistica. Prendendo in considerazione i tre allenatori da più tempo alla guida della stessa squadra nei cinque principali campionati nazionali europei, gli italiani sono in fondo e quello che dura da più tempo è all'esordio in Serie A. In Inghilterra, al contrario, non sembrano conoscere la parola esonero.
Premier League Alex Ferguson Manchester Utd 06/11/1986
Premier League Arsene Wenger Arsenal 30/09/1996
Bundesliga Thomas Schaaff Werder Bremen 10/05/1999
Premier League David Moyes Everton 15/03/2002
Ligue 1 Christian Gourcuff Lorient 01/07/2003
Ligue 1 Franck Dumas Caen 01/05/2005
Liga Manolo Preciado Sporting Gijon 01/07/2006
Ligue 1 Alain Casanova Toulouse 31/05/2008
Liga Unai Emery Valencia 01/07/2008
Liga Pep Guardiola Barcelona 01/07/2008
Bundesliga Jurgen Klopp Borussia Dortmund 01/07/2008
Bundesliga Jos Luhukay FC Augsburg 14/04/2009
Serie A Attilio Tesser Novara 11/06/2009
Serie A Walter Mazzarri Napoli 06/10/2009
Serie A Edoardo Reja Lazio 10/02/2010
(Fonte: Opta Sports)
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mercoledì 16 novembre 2011
mercoledì 31 agosto 2011
Tanto io seguo un altro sport
S’è chiuso il mercato e tocca parlarne. Dura dopo un weekend dove il Manchester United ha rifilato 8 gol all’Arsenal che aveva liquidato l’Udinese nei preliminari di Champions; dove il Barcellona, squadra tra le più belle in assoluto che i miei occhi abbiano mai potuto osservare, ha regalato una “manita” anche al Villareal di Pepito Rossi, squadra che va tanto di moda nel giornalismo nostrano; dove il Real Madrid ne fa 6 al Saragozza e ha una fame tale che al sesto gol esulta come se fosse il primo.
Dura quando di colpo si dimezza il parco di campioni di livello mondiale del nostro intero campionato: è successo quando l’altro è scappato in Russia.
Dura quando pure gli allenatori perdenti e nonostante ciò riconfermati fuggono all'estero.
Dura quando partono un 23enne (Alexis Sanchez) e un 22enne (Javier Pastore), e si spaccia l’arrivo di un anziano bucaniere di 32 anni (Diego Forlan) come una giusta compensazione.
Durissima quando tocca leggere che il mercato finisce col botto perché qualcuno compra Zarate o Nocerino.
Quasi impossibile se tutta Italia sa da sei anni che alla Juve serve un centrale di difesa e quelli comprano dieci giocatori in ogni altro ruolo possibile.
Sarà che quest’estate, girando l’Europa e non potendo seguire da vicino le vicende nostrane, mi sono abituato a guardare un altro sport . Per tutto agosto, infatti, ho seguito il calcio e, pensate un po', ho scoperto che mi piace.
Dura quando di colpo si dimezza il parco di campioni di livello mondiale del nostro intero campionato: è successo quando l’altro è scappato in Russia.
Dura quando pure gli allenatori perdenti e nonostante ciò riconfermati fuggono all'estero.
Dura quando partono un 23enne (Alexis Sanchez) e un 22enne (Javier Pastore), e si spaccia l’arrivo di un anziano bucaniere di 32 anni (Diego Forlan) come una giusta compensazione.
Durissima quando tocca leggere che il mercato finisce col botto perché qualcuno compra Zarate o Nocerino.
Quasi impossibile se tutta Italia sa da sei anni che alla Juve serve un centrale di difesa e quelli comprano dieci giocatori in ogni altro ruolo possibile.
Sarà che quest’estate, girando l’Europa e non potendo seguire da vicino le vicende nostrane, mi sono abituato a guardare un altro sport . Per tutto agosto, infatti, ho seguito il calcio e, pensate un po', ho scoperto che mi piace.
martedì 19 luglio 2011
Allarme o all'armi?
C'è un luogo comune, messo in giro da chissà quale buontempone, per cui “nel calcio la politica non deve entrare”. Cioè, qui si gioca e si fa sport, le cose serie, con tutte le loro sporcizie, devono stare fuori degli stadi. A parte che potremmo stare settimane a disquisire sull'accezione della parola “politica”, ci vuole un bel coraggio a dire che i signori Berlusconi, Agnelli, Moratti, Abete, senza contare le banche e gli istituti di credito, non la facciano. Che non esercitino potere. Che non giochino partite diverse dal calcio. Che non lo facciano sulla pelle di milioni di tifosi.
Come gran parte del vivere civile, anche il sistema football si basa sulla politica. Fin troppo banale, nonostante faccia comodo pensare che lo sport viva in una bolla di sapone profumato. Direi piuttosto che mai come in questo periodo balzi all'occhio come il governo del calcio sia lo specchio del Paese.
Nel solito, infinito editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica di domenica 17 luglio, s'annidano un paio di righe insinuanti: “Per uscire dallo stallo è necessario un più vasto concorso di popolo e di istituzioni, ciascuna nell’ambito della propria competenza. La classe dirigente, le forze sociali, la società civile sono chiamate a dare un fondamentale contributo”.Che tipo di contributo?
Il deputato e giornalista Paolo Guzzanti, osservatore ondivago che da ultimo traccheggia verso lidi del tutto opposti, l'ha individuato ai microfoni della Zanzara, su Radio24: “È un incitamento all'insurrezione”. Detto senza intonazioni scandalizzate, piuttosto con presa d'atto, quasi inevitabile. Pareva persino condividere la proposta. La sedizione come proposta bipartisan.
D'altronde, se un governo non sa prendere neppure la decisione di andarsene, i rischi che si corrono sono ben conosciuti al di là del Mediterraneo. Non siamo il Maghreb e questa è l'unica consolazione.
Però l'inquietudine striscia. Persino Gian Antonio Stella scrive sul Corriere (non su Lotta Continua!) del 18 luglio: “L'impressione netta è che, mentre chiedono ai cittadini di mettersi «una mano sul cuore e una sul portafoglio», per usare un antico appello di Giuliano Amato riproposto da chi aveva seminato l'illusione di non mettere mai le mani nelle tasche degli italiani, quelli che Giulio Einaudi chiamava «i Padreterni», non si rendano conto che il rifiuto di associarsi a questi sacrifici rischia di dar fuoco a una polveriera”.
È vero, un governo che non governa è miccia per polvere pirica. Il calcio, che – va ribadito - è politica, viaggia sugli stessi binari. Non può il presidente della Federazione dichiararsi incompetente a decidere sullo scudetto, cioè il massimo momento dello sport che rappresenta. È come se il Governo si dichiarasse incompetente a varare la Finanziaria. Incapace è un conto, incompetente mai. E qualora lo ammettesse: valigie immediate.
Invece, il governo del calcio è lì, stabile, con un Presidente che dal 1996 balza dalla sedia di vice a quella di titolare, senza perdere un colpo. Nel 2006, era il vice di Franco Carraro e ha resistito imperterrito anche allo tsunami di Calciopoli: non ha nemmeno dovuto riciclarsi alla Federsci.
Se si vuole evitare una rivoluzione da stadio, bisogna intervenire al volo. Dall'alto, dal basso, da dove volete: ma un movimento così ampio e che smuove sentimenti tanto viscerali ha bisogno di una guida ferma, autorevole e riconosciuta. Questo consiglio federale è quanto di più lontano. È un consiglio incompetente. La soluzione per salvare il nostro calcio non passa più dai tribunali: è, guarda caso, l'ennesima questione politica.
Come gran parte del vivere civile, anche il sistema football si basa sulla politica. Fin troppo banale, nonostante faccia comodo pensare che lo sport viva in una bolla di sapone profumato. Direi piuttosto che mai come in questo periodo balzi all'occhio come il governo del calcio sia lo specchio del Paese.
Nel solito, infinito editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica di domenica 17 luglio, s'annidano un paio di righe insinuanti: “Per uscire dallo stallo è necessario un più vasto concorso di popolo e di istituzioni, ciascuna nell’ambito della propria competenza. La classe dirigente, le forze sociali, la società civile sono chiamate a dare un fondamentale contributo”.Che tipo di contributo?
Il deputato e giornalista Paolo Guzzanti, osservatore ondivago che da ultimo traccheggia verso lidi del tutto opposti, l'ha individuato ai microfoni della Zanzara, su Radio24: “È un incitamento all'insurrezione”. Detto senza intonazioni scandalizzate, piuttosto con presa d'atto, quasi inevitabile. Pareva persino condividere la proposta. La sedizione come proposta bipartisan.
D'altronde, se un governo non sa prendere neppure la decisione di andarsene, i rischi che si corrono sono ben conosciuti al di là del Mediterraneo. Non siamo il Maghreb e questa è l'unica consolazione.
Però l'inquietudine striscia. Persino Gian Antonio Stella scrive sul Corriere (non su Lotta Continua!) del 18 luglio: “L'impressione netta è che, mentre chiedono ai cittadini di mettersi «una mano sul cuore e una sul portafoglio», per usare un antico appello di Giuliano Amato riproposto da chi aveva seminato l'illusione di non mettere mai le mani nelle tasche degli italiani, quelli che Giulio Einaudi chiamava «i Padreterni», non si rendano conto che il rifiuto di associarsi a questi sacrifici rischia di dar fuoco a una polveriera”.
È vero, un governo che non governa è miccia per polvere pirica. Il calcio, che – va ribadito - è politica, viaggia sugli stessi binari. Non può il presidente della Federazione dichiararsi incompetente a decidere sullo scudetto, cioè il massimo momento dello sport che rappresenta. È come se il Governo si dichiarasse incompetente a varare la Finanziaria. Incapace è un conto, incompetente mai. E qualora lo ammettesse: valigie immediate.
Invece, il governo del calcio è lì, stabile, con un Presidente che dal 1996 balza dalla sedia di vice a quella di titolare, senza perdere un colpo. Nel 2006, era il vice di Franco Carraro e ha resistito imperterrito anche allo tsunami di Calciopoli: non ha nemmeno dovuto riciclarsi alla Federsci.
Se si vuole evitare una rivoluzione da stadio, bisogna intervenire al volo. Dall'alto, dal basso, da dove volete: ma un movimento così ampio e che smuove sentimenti tanto viscerali ha bisogno di una guida ferma, autorevole e riconosciuta. Questo consiglio federale è quanto di più lontano. È un consiglio incompetente. La soluzione per salvare il nostro calcio non passa più dai tribunali: è, guarda caso, l'ennesima questione politica.
lunedì 20 giugno 2011
Il calcio italiano a canestro
Il campionato di basket assomiglia sempre di più a quello di calcio. O viceversa, se preferite. Il quinto scudetto a fila proietta Siena nella leggenda e tra 50 anni ce lo ricorderemo come ci stiamo ricordando della Borletti Milano. Ma quanto fa bene alla pallacanestro un filotto del genere?
Io dico niente. Come non ci hanno fatto bene le vittorie senza storia dell'Inter degli ultimi anni. Lo scudetto del Milan è una ventata (non di aria fresca, ma accontentiamoci), ma gli effetti della dittatura si sentono lo stesso.
I destini dei due sport più seguiti d'Italia sono paralleli. Sky, la maggior fonte d'introiti di un sistema zoppo, ha già annunciato che non comprerà i diritti televisivi del basket. Il pubblico non ama seguire un campionato che si sa già come andrà a finire e il bacino di una città piccola come Siena di certo non aiuta.
Per altri versi, la minaccia è arrivata anche al calcio, ma l'onda distruttiva di un albo d'oro inchiodato su Milano giunge da più lontano e s'infrange sul calciomercato.
Possibile che l'Inter campione del mondo per club debba cambiare il quarto allenatore in tre anni? E, qui sta il clamoroso, nelle ultime due estati s'è vista dare il benservito dall'allenatore? Di solito, accade il contrario: non si vede praticamente mai un allenatore fuggire, strappando il contratto. Nei top team, come si chiamano oggi, proprio mai.
Sul Corriere, Sconcerti si interroga beffardo sulla strategia dell'Inter: “Siamo alla casualità più assoluta, non c’è nessun determinismo. Le grandi società non sono figlie degli orfani del mercato, decidono da sole cosa vogliono essere. E in base alla propria decisione scelgono il tecnico. L’Inter sta cercando senza avere un’idea di sé”. Il che è sacrosanto, ma non riguarda soltanto l'Inter, tutta la serie A ci è dentro fino al collo.
Lo scorso anno s'è giocato un campionato, probabilmente il primo della storia (a esclusione del primo in assoluto), dove non c'era neppure un allenatore scudettato. Quest'anno, se l'Inter non tira il coniglio fuori dal cappello, ne avremo uno, ma giusto perché Allegri l'ha appena vinto. Non è normale e non è un bel segnale.
Poi, di tutti i campioni gridati a nove colonne in arrivo dall'estero, abbiamo una sola certezza: quella che quelli che si sono formati qua, come Sanchez, se ne andranno. Non è soltanto questione di soldi, è prestigio, visibilità e, ammettiamolo, divertimento.
Il nostro è un campionato dove non si diverte più nessuno e dove non succede più niente. SkySport24 è lo specchio di questa tristezza: lo tieni spento una settimana e quando lo riaccendi i titoli che scorrono nel sottopancia sono gli stessi. Dello scorso anno.
Fino a quando l'australiano sarà disposto a scucire mille milioni per uno spettacolo tanto polveroso? Altro che calcio scommesse. Il calcio italiano guardi ai conti del basket se non vuole rischiare la stessa fine. Uno che fa beneficenza di rado viene soprannominato lo Squalo.
mercoledì 23 febbraio 2011
Krasic è un dilettante
La madre di tutte le simulazioni. Dopo questa, tutto il resto è noia.
martedì 11 gennaio 2011
Tra i 100 migliori del mondo ci sono anch'io
domenica 19 dicembre 2010
Mister e Vincenzone, c'è categoria e categoria (A-Team)
Esiste una categoria di calciatori che lotta, suda, spinge, crea confusione, sbuffa, si danna, si lancia su ogni pallone come se fosse l’ultima chance della vita. Ma non segna mai. Almeno, mai quando serve davvero. Li chiamano “generosi”. Il capostipite fu Ciccio Graziani che, grazie a Dio, giocava nel Toro e poi nella Roma e, disgraziatamente, nell’Italia. Diventò Campione del Mondo l’11 luglio 1982, guardando Alessandro Altobelli, che giocò al suo posto, segnare in finale. “Spillo” era tutto fuorché generoso: infatti, entrava in campo e la metteva. Magari neanche sudava, ma faceva gol a secchi.
Vai a capire il perché, i generosi sono adorati dagli allenatori. Ne vorrebbero 11, magari pure qualcuno di scorta. Vincenzo Iaquinta è da tempo iscritto "ad honorem" a questa prediletta categoria. Anche col Chievo ha fatto a cazzotti con tutta la difesa, con un campo infame e anche con se stesso. Purtroppo per lui, e anche per noi, da troppo tempo però sta facendo a botte pure con la porta, che a malapena intuisce dov’è.
Discorso vecchio, qui sviluppato ampiamente e senza acrimonia verso il giocatore: con Iaquinta prima punta non si va da nessuna parte. Peccato doverlo ribadire prima di un Natale che fino al 92’ era dolcissimo. Arrivare alla sosta a -3 da un Milan zavorrato dal prossimo arrivo di Cassano, poteva significare tanto.
Poi c’è una categoria di allenatori che, quando si ritrova in 10, toglie la punta più stanca e ne mette un’altra fresca . E poi c’è quell’altra, che toglie la punta e mette un difensore, anche fuori ruolo. Quelli che appartengono alla prima, vincono le Champions. Gigi Delneri appartiene alla seconda.
Difficile altrimenti preferire in campo Legrottaglie e Traoré a Krasic e Pepe, quando c’è da tenere la palla lontano dalla porta. Certo, la panchina non offriva grandi alternative (eufemismo da rileggere in chiave mercato), ma non risulta ci fosse una prescrizione medica che imponesse a tutti i costi la sostituzione di Milos, l’unico in grado di tenere il pallone laggiù. La sostituzione al 43’ del serbo rimane un mistero che soltanto Roberto Giacobbo potrà svelare.
Vabbe’, siamo in clima natalizio, perciò sforziamoci di guardare il lato gioioso della giornata: se avessimo vinto, magari Marotta e co. si sarebbero illusi di avere una squadra competitiva, risparmiando sul mercato. Così, non ci sono più scuse. Auguro alla Società che Babbo Natale faccia trovare tanti bei baiocchi sotto l'albero!
Vai a capire il perché, i generosi sono adorati dagli allenatori. Ne vorrebbero 11, magari pure qualcuno di scorta. Vincenzo Iaquinta è da tempo iscritto "ad honorem" a questa prediletta categoria. Anche col Chievo ha fatto a cazzotti con tutta la difesa, con un campo infame e anche con se stesso. Purtroppo per lui, e anche per noi, da troppo tempo però sta facendo a botte pure con la porta, che a malapena intuisce dov’è.
Discorso vecchio, qui sviluppato ampiamente e senza acrimonia verso il giocatore: con Iaquinta prima punta non si va da nessuna parte. Peccato doverlo ribadire prima di un Natale che fino al 92’ era dolcissimo. Arrivare alla sosta a -3 da un Milan zavorrato dal prossimo arrivo di Cassano, poteva significare tanto.
Poi c’è una categoria di allenatori che, quando si ritrova in 10, toglie la punta più stanca e ne mette un’altra fresca . E poi c’è quell’altra, che toglie la punta e mette un difensore, anche fuori ruolo. Quelli che appartengono alla prima, vincono le Champions. Gigi Delneri appartiene alla seconda.
Difficile altrimenti preferire in campo Legrottaglie e Traoré a Krasic e Pepe, quando c’è da tenere la palla lontano dalla porta. Certo, la panchina non offriva grandi alternative (eufemismo da rileggere in chiave mercato), ma non risulta ci fosse una prescrizione medica che imponesse a tutti i costi la sostituzione di Milos, l’unico in grado di tenere il pallone laggiù. La sostituzione al 43’ del serbo rimane un mistero che soltanto Roberto Giacobbo potrà svelare.
Vabbe’, siamo in clima natalizio, perciò sforziamoci di guardare il lato gioioso della giornata: se avessimo vinto, magari Marotta e co. si sarebbero illusi di avere una squadra competitiva, risparmiando sul mercato. Così, non ci sono più scuse. Auguro alla Società che Babbo Natale faccia trovare tanti bei baiocchi sotto l'albero!
sabato 18 dicembre 2010
venerdì 17 dicembre 2010
giovedì 16 dicembre 2010
Eh sì, bravo, il mio Napoleone
Eh, certo, tu mi fai un torneino con i coreani e i congolesi e mi poi mi vieni a dire che sei campione del mondo.
lunedì 13 dicembre 2010
E ora siamo di fronte a un bivio storico (A-Team su LaStampa.it)
L’emozionante vittoria sulla Lazio (che genuina goduria segnare a due secondi dalla fine!) ci mette di fronte a un piacevole dubbio. Dobbiamo continuare con questa squadra e i suoi alti e bassi? Trenta punti su 16 partite, proiettate sulla fine del campionato potrebbero significare un media da terzo posto (71 punti). Un risultato in linea con gli obiettivi estivi, figli di una rivoluzione generale, a partire dalla dirigenza in giù, e delle tante carenze d’organico che a tutt’oggi brillano d’evidenza.
È più che chiaro che un Krasic formato Champions League non può coprire da solo i limiti più gravi, su tutti l’assenza di una prima punta vera. La prestazione di Iaquinta grida vendetta. Per carità, non è (solo) colpa sua: non è il suo ruolo e non è neppure l’uomo adatto per gli schemi di Delneri. Cerca sempre di essere lanciato in verticale, ma abbiamo una squadra che male s’adatta a queste caratteristiche. Col risultato che ne vengono fuori improbabili traversoni dalla tre quarti che, da che il calcio è stato inventato, sono miele per le difese avversarie. Il povero Vincenzo si sbatte come un dannato, ma col risultato di far sudare anche il guardalinee, per tutte le volte che deve segnalare i suoi fuorigioco.
Ciò nonostante siamo in corsa, con l’attacco più prolifico del campionato. Il Milan, che pare fare corsa a sé, è a soli 6 punti e, malgrado un meraviglioso Ibra (scusatemi, ma io continuo a esserne innamorato), non dà l’impressione di poter ammazzare il torneo.
Perciò, ecco la domanda: ci accontentiamo per correre per un posto in Champions League o azzardiamo ciò che finora nessuno s’è ancora confessato?
Naturalmente, la risposta passa per il mercato di gennaio. Pur in periodo d’austerity e di fair-play finanziario, l’occasione che si sta prospettando è straordinaria. Proviamo a pensare che cosa significherebbe entrare nel nuovo stadio con lo scudetto sul petto. Qualsiasi investimento sarebbe ampiamente ripagato. Invece di attendere la prossima estate, non è meglio mettere mani al portafogli subito? Consideriamolo un investimento a termine praticamente immediato: spendiamo a gennaio per raccogliere i frutti dopo neppure quattro mesi.
Certo, l’offerta di campioni a gennaio è limitata. Ma anche perché normalmente sono limitati gli investimenti. Tanto per dirne una, Tevez e Benzema sono in vendita. Qualsiasi sia il loro prezzo, vorrebbe dire avere il nuovo Delle Alpi sempre esaurito, riacquistare credibilità internazionale, vendere l’immagine Juve con ben altri parametri e, soprattutto, tornare a mettere trofei in bacheca . Sembra fantacalcio, ma se in sede faranno due conti forse si scoprirà che sono soldi che non fanno a tempo uscire che rientrano.
Se vogliamo inaugurare il nuovo stadio degnamente, non lasciamoci scappare un’occasione storica.
P.S.: Mi asterrei a far commenti sull'uscita di Delneri su Buffon, dopo la prestazione di Storari di ieri.
È più che chiaro che un Krasic formato Champions League non può coprire da solo i limiti più gravi, su tutti l’assenza di una prima punta vera. La prestazione di Iaquinta grida vendetta. Per carità, non è (solo) colpa sua: non è il suo ruolo e non è neppure l’uomo adatto per gli schemi di Delneri. Cerca sempre di essere lanciato in verticale, ma abbiamo una squadra che male s’adatta a queste caratteristiche. Col risultato che ne vengono fuori improbabili traversoni dalla tre quarti che, da che il calcio è stato inventato, sono miele per le difese avversarie. Il povero Vincenzo si sbatte come un dannato, ma col risultato di far sudare anche il guardalinee, per tutte le volte che deve segnalare i suoi fuorigioco.
Ciò nonostante siamo in corsa, con l’attacco più prolifico del campionato. Il Milan, che pare fare corsa a sé, è a soli 6 punti e, malgrado un meraviglioso Ibra (scusatemi, ma io continuo a esserne innamorato), non dà l’impressione di poter ammazzare il torneo.
Perciò, ecco la domanda: ci accontentiamo per correre per un posto in Champions League o azzardiamo ciò che finora nessuno s’è ancora confessato?
Naturalmente, la risposta passa per il mercato di gennaio. Pur in periodo d’austerity e di fair-play finanziario, l’occasione che si sta prospettando è straordinaria. Proviamo a pensare che cosa significherebbe entrare nel nuovo stadio con lo scudetto sul petto. Qualsiasi investimento sarebbe ampiamente ripagato. Invece di attendere la prossima estate, non è meglio mettere mani al portafogli subito? Consideriamolo un investimento a termine praticamente immediato: spendiamo a gennaio per raccogliere i frutti dopo neppure quattro mesi.
Certo, l’offerta di campioni a gennaio è limitata. Ma anche perché normalmente sono limitati gli investimenti. Tanto per dirne una, Tevez e Benzema sono in vendita. Qualsiasi sia il loro prezzo, vorrebbe dire avere il nuovo Delle Alpi sempre esaurito, riacquistare credibilità internazionale, vendere l’immagine Juve con ben altri parametri e, soprattutto, tornare a mettere trofei in bacheca . Sembra fantacalcio, ma se in sede faranno due conti forse si scoprirà che sono soldi che non fanno a tempo uscire che rientrano.
Se vogliamo inaugurare il nuovo stadio degnamente, non lasciamoci scappare un’occasione storica.
P.S.: Mi asterrei a far commenti sull'uscita di Delneri su Buffon, dopo la prestazione di Storari di ieri.
giovedì 9 dicembre 2010
Milan - Roma. A che serve la tessera del tifoso?
A niente. O, meglio, non certo a combattere il tifo violento: "Per Milan-Roma non sono state decise limitazioni e i biglietti potranno essere acquistati anche dai tifosi non possessori della tessera" (Fonte: Ansa). Le due tifoserie, tradizionalmente acerrime rivali, potranno scannarsi, ma non godranno degli sconti natalizi offerti dagli esercizi commerciali affiliati alla tessera del tifoso. Peccato per loro.
In compenso, il Comitato di Analisi per la Sicurezza delle Manifestazioni Sportive, ha vietato ai tifosi ospiti di seguire Forza e Coraggio - Ebolitana (dilettanti).
(Chi crede che dietro i privilegi delle squadre romane ci sia un intrico di interessi politici non è figlio di Maria).
In compenso, il Comitato di Analisi per la Sicurezza delle Manifestazioni Sportive, ha vietato ai tifosi ospiti di seguire Forza e Coraggio - Ebolitana (dilettanti).
(Chi crede che dietro i privilegi delle squadre romane ci sia un intrico di interessi politici non è figlio di Maria).
lunedì 22 novembre 2010
Brava Juve, ora scambia Amauri con Eduardo
Il mio consueto "A-Team" sul sito de La Stampa, a commento di Genoa-Juve
Abbiamo trovato il centravanti del futuro. È portoghese, 28 anni, raro fiuto del gol: ha trasformato d’astuzia un innocuo assist di Marchisio e sul magnifico cross di Krasic ha deviato sul paletto più lontano, infilando l’incolpevole Eduardo. Che poi è egli stesso.
Suggerisco un cambio alla pari con Amauri: potenzialmente un affarone anche per il Genoa, visto che l’italo-brasiliano il pallone in porta non lo vede mai e come portiere sarebbe imbattibile.
Al di là delle prodezze di Eduardo, la Juve ha confermato progressi incoraggianti, nonostante un’infermeria da ospedale da campo della Prima Guerra Mondiale. Fa impressione, ma deve anche inorgoglire, incoraggiare e far sperare, portare a casa tre punti schierando contemporaneamente Sorensen, uno che doveva fare il campionato Primavera, e Grosso e Salihamidzic, coppia che fino a qualche giorno fa era addirittura fuori rosa.
Quando riescono queste alchimie, che profumano di magico, è perché l’ambiente è sano e le cose funzionano al meglio. Di questo va dato atto a Delneri che, nonostante una materia prima non di eccelsa qualità, sta modellando la creatura in forma convincente.
Un altro simbolo di questa costante progressione è la luminosa stagione di Felipe Melo. Sollevato da ingrati e inopportuni compiti di regia, fa quello per cui è dotato: recuperare palloni. E il suo apporto è simbiotico al delicato lavoro di Aquilani: cucire i reparti e dare i tempi alla squadra. Che il dio del calcio preservi la salute ad Alberto!
Infine, Krasic. Ormai è quasi inutile soffermarsi sulle sue doti, che non sorprendono più. Mi è piuttosto piaciuto il carattere. Accolto a Marassi come se fosse Hannibal the Cannibal (evidentemente è il solo nella storia ad aver simulato una caduta in area), non ha fatto una piega: ha abbassato il capoccione biondo e ha tirato scemo Mimmo Criscito, nazionale azzurro. Così si reagisce alle ingiustizie.
Abbiamo trovato il centravanti del futuro. È portoghese, 28 anni, raro fiuto del gol: ha trasformato d’astuzia un innocuo assist di Marchisio e sul magnifico cross di Krasic ha deviato sul paletto più lontano, infilando l’incolpevole Eduardo. Che poi è egli stesso.
Suggerisco un cambio alla pari con Amauri: potenzialmente un affarone anche per il Genoa, visto che l’italo-brasiliano il pallone in porta non lo vede mai e come portiere sarebbe imbattibile.
Al di là delle prodezze di Eduardo, la Juve ha confermato progressi incoraggianti, nonostante un’infermeria da ospedale da campo della Prima Guerra Mondiale. Fa impressione, ma deve anche inorgoglire, incoraggiare e far sperare, portare a casa tre punti schierando contemporaneamente Sorensen, uno che doveva fare il campionato Primavera, e Grosso e Salihamidzic, coppia che fino a qualche giorno fa era addirittura fuori rosa.
Quando riescono queste alchimie, che profumano di magico, è perché l’ambiente è sano e le cose funzionano al meglio. Di questo va dato atto a Delneri che, nonostante una materia prima non di eccelsa qualità, sta modellando la creatura in forma convincente.
Un altro simbolo di questa costante progressione è la luminosa stagione di Felipe Melo. Sollevato da ingrati e inopportuni compiti di regia, fa quello per cui è dotato: recuperare palloni. E il suo apporto è simbiotico al delicato lavoro di Aquilani: cucire i reparti e dare i tempi alla squadra. Che il dio del calcio preservi la salute ad Alberto!
Infine, Krasic. Ormai è quasi inutile soffermarsi sulle sue doti, che non sorprendono più. Mi è piuttosto piaciuto il carattere. Accolto a Marassi come se fosse Hannibal the Cannibal (evidentemente è il solo nella storia ad aver simulato una caduta in area), non ha fatto una piega: ha abbassato il capoccione biondo e ha tirato scemo Mimmo Criscito, nazionale azzurro. Così si reagisce alle ingiustizie.
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