Un pareggio nell’aria quello dell’Olimpico con la Lazio. La città di
Roma non ci piace quest’anno. Tuttavia, è un punto che pesa, per come è
maturato e per quello che vale in prospettiva.
Il rigore causato da Buffon, che s’è caricato di una
colpa di altri, poteva indirizzare la partita su binari molto
pericolosi, se non avessimo assistito a una prova di squadra
incoraggiante.La Juve è cresciuta minuto dopo minuto e ha mostrato di
non essere inferiore alla Lazio neanche giocando con un uomo in meno.
Anche la dea bendata deve essersene accorta, perché i due pali colpiti
dai laziali potevano essere il colpo del ko.
Una partita giocata per i tre quarti in inferiorità
numerica non lascia molto spazio alle considerazioni tecniche, perché
alla fine quello che conta è il cuore. Qualcosa però è balzato
all’occhio. Per esempio, un Ogbonna che ancora non si sente a proprio
agio con la difesa a tre. S’è mosso molto meglio quando Conte l’ha
ridisegnata a quattro. E questo qualcosa dice.
Come dice che anche a Roma Vidal s’è lasciato andare a
leggerezze che potevano costare molto care, con le ripartenze
avversarie. Pogba è sparito nella mischia, l’attacco in questo periodo è
Llorente-dipendente e non è un bene, anche in considerazione di come si
sta mettendo il mercato.
Però bisogna inserire il momento in un quadro più
generale. La Juve di Conte tra gennaio e febbraio soffre sempre. Il
Mister non lo ammetterà mai, ma i carichi di lavoro invernali, quelli
che ci permettono sprint mostruosi a fine campionato, pesano nelle gambe
dei ragazzi tutti gli anni.
Nelle prime 11 partite del 2012 facemmo 19 su 33 (1,7
punti a partita). Mentre nel 2013 fino al primo marzo totalizzammo 15
punti su 27 (media praticamente identica: 1,6) con due sconfitte: Samp
in casa e Roma.
In questo avvio di 2014 stiamo tenendo un ritmo di 2,5
punti, che è ben altra cosa. E riusciamo ad allungare una striscia
pazzesca, che sta passando stranamente sotto silenzio: in questo
campionato la Juve ha segnato in tutte le partite. Cosa che non ci era
riuscita neppure nel torneo da imbattuti.
domenica 26 gennaio 2014
mercoledì 22 gennaio 2014
Roma e Guarin, sensazioni simili
Il day after doppio, per non farci mancare nulla. Che cosa ha fatto più
clamore, l'eliminazione dalla Coppa Italia o lo "sconcertante accaduto",
come la società definisce con glaciale sintesi l'affaire Vucinic
Guarin?
Sinceramente, di solito preferisco rimanere coi tacchetti saldi sul campo, ma stavolta è impossibile non fare anche un giro tra le scrivanie. Che cosa accomuna due eventi all'apparenza inavvicinabili?
Innanzi tutto il retrogusto d'amaro, non nascondiamocelo. Essere eliminati non è mai piacevole, in nessuna competizione. Ancora più amaro è il sapore di uno scambio che era cominciato facendomi grondare il cuore (eh, lo sapete, ho un debole per Mirko) e finito peggio: ora ditemi voi che motivazioni può trovare un atleta, che aveva già fatto le visite mediche per un altro club.
Però, bloccando le bocce, la sintesi mi pare molto simile per i due eventi. E, fatti tutti i distinguo, non riesco a essere pessimista.
A Roma hanno passato la serata a strombazzare per strada, gonfi d'orgoglio per aver sgraffignato una vittoria di misura contro la seconda squadra dei campioni d'Italia. Non c'è la controprova, ma a parti invertite la vedo dura immaginarsi qualcuno, anche uno solo, a sventolar vessilli in piazza Vittorio Veneto per aver vinto un quarto di finale di coppa Italia.
Senza spingersi a calcolare che poi, nei primi 15 giorni di febbraio, ora i giallorossi si troveranno a giocare un sanguinoso doppio confronto col Napoli, se non addirittura due derby. Classifica alla mano, possiamo davvero dire che non sia una coincidenza strategica per noi?
Capitolo mercato. Era dal 2006 che aspettavamo questo momento. Cioè la chiusura del cerchio, il ritorno definitivo allo status quo ante. Non siamo tornati solo noi, lo sono tornati pure loro. Come e più di prima. Devo ammettere che finora questo nuovo presidente sta rispondendo ai più rosei desideri: senza soldi, senza idee, senza polso e pure senza fortuna (avesse perso pure il derby, avrebbe uno score da record, senza neanche una vittoria).
Vedere la società Inter ostaggio della Curva è una sconfitta per il calcio civile, ma è un indelebile segno dei tempi nerazzurri. Hanno anche avuto il coraggio di urlare che nello scambio ci avrebbero perso. Ignorano che Mirko è stato protagonista decisivo degli ultimi due scudetti? Evidentemente, erano troppo concentrati a vedere l'andamento della borsa di Giacarta.
Sinceramente, di solito preferisco rimanere coi tacchetti saldi sul campo, ma stavolta è impossibile non fare anche un giro tra le scrivanie. Che cosa accomuna due eventi all'apparenza inavvicinabili?
Innanzi tutto il retrogusto d'amaro, non nascondiamocelo. Essere eliminati non è mai piacevole, in nessuna competizione. Ancora più amaro è il sapore di uno scambio che era cominciato facendomi grondare il cuore (eh, lo sapete, ho un debole per Mirko) e finito peggio: ora ditemi voi che motivazioni può trovare un atleta, che aveva già fatto le visite mediche per un altro club.
Però, bloccando le bocce, la sintesi mi pare molto simile per i due eventi. E, fatti tutti i distinguo, non riesco a essere pessimista.
A Roma hanno passato la serata a strombazzare per strada, gonfi d'orgoglio per aver sgraffignato una vittoria di misura contro la seconda squadra dei campioni d'Italia. Non c'è la controprova, ma a parti invertite la vedo dura immaginarsi qualcuno, anche uno solo, a sventolar vessilli in piazza Vittorio Veneto per aver vinto un quarto di finale di coppa Italia.
Senza spingersi a calcolare che poi, nei primi 15 giorni di febbraio, ora i giallorossi si troveranno a giocare un sanguinoso doppio confronto col Napoli, se non addirittura due derby. Classifica alla mano, possiamo davvero dire che non sia una coincidenza strategica per noi?
Capitolo mercato. Era dal 2006 che aspettavamo questo momento. Cioè la chiusura del cerchio, il ritorno definitivo allo status quo ante. Non siamo tornati solo noi, lo sono tornati pure loro. Come e più di prima. Devo ammettere che finora questo nuovo presidente sta rispondendo ai più rosei desideri: senza soldi, senza idee, senza polso e pure senza fortuna (avesse perso pure il derby, avrebbe uno score da record, senza neanche una vittoria).
Vedere la società Inter ostaggio della Curva è una sconfitta per il calcio civile, ma è un indelebile segno dei tempi nerazzurri. Hanno anche avuto il coraggio di urlare che nello scambio ci avrebbero perso. Ignorano che Mirko è stato protagonista decisivo degli ultimi due scudetti? Evidentemente, erano troppo concentrati a vedere l'andamento della borsa di Giacarta.
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lunedì 6 gennaio 2014
La Roma vittima di Totti e De Rossi
Scrivere a mente fredda rende tutto splendidamente cinico e spietato. Nove partite allo Stadium e nove vittorie, dieci successi a fila, con un solo gol subito, Roma e Napoli, le supposte pretendenti al titolo, che tornano a casa con tre gol sul groppone (a zero).
Se non è dominio questo.
Anche Conte ha stravinto la personale sfida con Garcia, che pure finora ha avuto molti meriti. Uno su tutti quello di far passare sotto silenzio la striscia di risultati che sta affliggendo la sua squadra dopo la sbornia delle dieci vittorie iniziali. In otto partite la Roma ha fatto 11 punti e ha vinto soltanto due volte in casa: contro un moribondo Catania e in modo stentato con la Fiorentina. Per il resto, pareggi con Torino, Sassuolo, Cagliari, quello fortunatissimo con l’Atalanta e col Milan malandato di oggi. Un ruolino da media classifica.
Invece di delirare sugli aiutini, Totti e compagni dovrebbero preoccuparsi del loro momento e cercare di capire se la vera Roma è quella del record iniziale o è questa che, in due mesi, s’è fatta divorare 13 punti dalla Juve. E capire che l’isteria non è nel bagaglio delle grandi squadre. I vincenti non ululano al complotto prima di una sfida vitale, perché sanno che abbaiando alla luna, la luna s’incazza.
Ed è quello che è capitato ieri allo Stadium, dove, se possibile, la Juve s’è abbeverata delle parole der Capitano per trovare una carica in più. Lo testimoniano le parole di Buffon e Barzagli nel dopo-partita, che hanno rispedito al mittente l’"alibi dei perdenti".
Gestire la sconfitta non è mai semplice, ma Totti e De Rossi sono vittime di se stessi e della propria romanità, che li acceca in un ambiente difficilissimo. Sarà paradossale, ma se Garcia vuole costruire una grande Roma, deve sbarazzarsi una volta per tutte dei due paladini della Capitale. Sono giocatori che invece di caricarsi sulle spalle la squadra, scaricano su di essa le loro paranoie da raccordo anulare.
Il sempre arzillo De Sanctis, non sapendo che altro dire, ha poi tirato in ballo il favore del sistema, perché la Juventus ha uno stadio gioiello. Una logica talmente alta che noi poveri mortali non riusciamo a capire. Io finora ho creduto che lo Stadium potesse e dovesse essere un vanto, ora invece scopro tristemente che è il segno dell’onta di un sistema baro che ci favorisce facendoci vedere le partite in modo civile e moderno.
Per il resto, un Tevez da standing ovation, un Vidal pazzesco, ma il mio migliore in campo è Giorgio Chiellini, la cui maglietta da 300 partite nella Juve, da oggi è in mostra al J-Museum. Impressionante per un giocatore nel pieno dell’attività.
Ultima nota a piè pagina: le lacrime di commozione di Trezeguet sono le nostre. Grazie di tutto, David.
Anche Conte ha stravinto la personale sfida con Garcia, che pure finora ha avuto molti meriti. Uno su tutti quello di far passare sotto silenzio la striscia di risultati che sta affliggendo la sua squadra dopo la sbornia delle dieci vittorie iniziali. In otto partite la Roma ha fatto 11 punti e ha vinto soltanto due volte in casa: contro un moribondo Catania e in modo stentato con la Fiorentina. Per il resto, pareggi con Torino, Sassuolo, Cagliari, quello fortunatissimo con l’Atalanta e col Milan malandato di oggi. Un ruolino da media classifica.
Invece di delirare sugli aiutini, Totti e compagni dovrebbero preoccuparsi del loro momento e cercare di capire se la vera Roma è quella del record iniziale o è questa che, in due mesi, s’è fatta divorare 13 punti dalla Juve. E capire che l’isteria non è nel bagaglio delle grandi squadre. I vincenti non ululano al complotto prima di una sfida vitale, perché sanno che abbaiando alla luna, la luna s’incazza.
Ed è quello che è capitato ieri allo Stadium, dove, se possibile, la Juve s’è abbeverata delle parole der Capitano per trovare una carica in più. Lo testimoniano le parole di Buffon e Barzagli nel dopo-partita, che hanno rispedito al mittente l’"alibi dei perdenti".
Gestire la sconfitta non è mai semplice, ma Totti e De Rossi sono vittime di se stessi e della propria romanità, che li acceca in un ambiente difficilissimo. Sarà paradossale, ma se Garcia vuole costruire una grande Roma, deve sbarazzarsi una volta per tutte dei due paladini della Capitale. Sono giocatori che invece di caricarsi sulle spalle la squadra, scaricano su di essa le loro paranoie da raccordo anulare.
Il sempre arzillo De Sanctis, non sapendo che altro dire, ha poi tirato in ballo il favore del sistema, perché la Juventus ha uno stadio gioiello. Una logica talmente alta che noi poveri mortali non riusciamo a capire. Io finora ho creduto che lo Stadium potesse e dovesse essere un vanto, ora invece scopro tristemente che è il segno dell’onta di un sistema baro che ci favorisce facendoci vedere le partite in modo civile e moderno.
Per il resto, un Tevez da standing ovation, un Vidal pazzesco, ma il mio migliore in campo è Giorgio Chiellini, la cui maglietta da 300 partite nella Juve, da oggi è in mostra al J-Museum. Impressionante per un giocatore nel pieno dell’attività.
Ultima nota a piè pagina: le lacrime di commozione di Trezeguet sono le nostre. Grazie di tutto, David.
mercoledì 11 dicembre 2013
Inutile piangere sul latte turco
La Champions è una competizione molto logica: di solito passano
le più forti. E alla fine vincono le migliori. Su 14 edizioni della
lega europea com’è oggi, solo tre volte ha vinto chi è
qualificata seconda nel gruppo. E due di queste tre volte sono
squadre di Mourinho: il Porto del 2004 e l’Inter del 2010 (l’altra
è il Liverpool del celebre 3-3 dell’Ataturk al Milan).
Questo per dire che se fai sei punti in sei partite c’è poco latte versato su cui piangere. Ha ragione Conte a sottolineare che “l'errore è stato ridurci a giocare l'ultima gara qui a Istanbul con la qualificazione in bilico”. Ingenuità come il pareggio di Copenaghen o, ancora peggio per come è maturato, quello in casa col Galatasaray in Champions League si pagano senza appello.
Poi, certo, in una competizione multimilionaria non ti aspetti di giocare su un campo da oratorio, ma se capita bisogna adattarsi. Il che vuol dire palla lunga e viva il parroco. Sul fango si lotta non si cerca il triangolo e due lenze come Drogba e Snejider hanno dimostrato di avere la maturità per applicarlo. Didier non finirà mai di stregarmi, ma questa è una fissa tutta mia e mi porterebbe fuori tema.
Le ricadute psicologiche di questa mancata qualificazione sono tutte da valutare. Più facile invece calcolare quelle sul bilancio. Sarà un ammanco che peserà fatalmente sulla campagna acquisti del prossimo anno. Salvo vincere l’Europa League e partecipare alla Supercoppa europea.
Ma, al di là della suggestione della finale in casa, l’Europa dei poveri è una iattura per quantità di impegni, trasferte, partite al giovedì. Urgono ricambi, magari anche non di statura tecnica elevatissima per rimanere coi titolari fortemente concentrati sul campionato. Largo alla Primavera, che tanto, pure lei, non ha più impegni in Youth League, eliminata dal Copenaghen.
Questo per dire che se fai sei punti in sei partite c’è poco latte versato su cui piangere. Ha ragione Conte a sottolineare che “l'errore è stato ridurci a giocare l'ultima gara qui a Istanbul con la qualificazione in bilico”. Ingenuità come il pareggio di Copenaghen o, ancora peggio per come è maturato, quello in casa col Galatasaray in Champions League si pagano senza appello.
Poi, certo, in una competizione multimilionaria non ti aspetti di giocare su un campo da oratorio, ma se capita bisogna adattarsi. Il che vuol dire palla lunga e viva il parroco. Sul fango si lotta non si cerca il triangolo e due lenze come Drogba e Snejider hanno dimostrato di avere la maturità per applicarlo. Didier non finirà mai di stregarmi, ma questa è una fissa tutta mia e mi porterebbe fuori tema.
Le ricadute psicologiche di questa mancata qualificazione sono tutte da valutare. Più facile invece calcolare quelle sul bilancio. Sarà un ammanco che peserà fatalmente sulla campagna acquisti del prossimo anno. Salvo vincere l’Europa League e partecipare alla Supercoppa europea.
Ma, al di là della suggestione della finale in casa, l’Europa dei poveri è una iattura per quantità di impegni, trasferte, partite al giovedì. Urgono ricambi, magari anche non di statura tecnica elevatissima per rimanere coi titolari fortemente concentrati sul campionato. Largo alla Primavera, che tanto, pure lei, non ha più impegni in Youth League, eliminata dal Copenaghen.
mercoledì 4 dicembre 2013
Ecco Brazuca
Vi presento Brazuca, il pallone dei Mondiali brasiliani. Il nome in italiano non suona benissimo, ma ha senso in lingua madre. Il processo di scelta è tradizionalmente uno dei più delicati e questa volta è figlio di una votazione pubblica che ha coinvolto più di un milione di persone. In Brasile è un termine informale che indica uno stile di vita "da brasiliano". Dateci voi l'accezione che preferite.
A vedersi è bellissimo e dal punto di vista tecnico, adidas lo definisce così:
La tecnologia utilizzata per la camera d'aria e la carcassa di brazuca è identica a quella presente nei palloni Tango 12 (UEFA Euro 2012™), Cafusa (2013 FIFA Confederations Cup) e nel famosissimo pallone ufficiale della UEFA Champions League™. Tuttavia, l'innovazione strutturale rappresentata da una particolare simmetria formata da sei pannelli identici e la diversa struttura della superficie migliorano il grip, il controllo, la stabilità e l'aerodinamica in campo. brazuca è stato accuratamente testato per soddisfare e superare tutti i parametri FIFA per un pallone ufficiale, inclusa la capacità di garantire prestazioni ottimali in ogni condizione.
domenica 24 novembre 2013
Conte non scende mai a patti
Sarà anche solo per ventiquattr’ore, ma la Juve è di nuovo in testa da sola, in attesa di vedere che cosa farà la Roma in casa col Cagliari. Al di là del risultato dei giallorossi, la squadra di Conte si ritrova con due punti in più rispetto alla scorsa stagione, quando ammazzò letteralmente il campionato. Arriva in vetta con un filotto di 5 vittorie a fila, con 12 gol fatti e soprattutto zero subiti.
Sembra davvero che Firenze rappresenti una chiave di volta e spezzi questa fase di stagione in un prima e un dopo i quattro schiaffoni. La Juve del prima non aveva subito gol soltanto nel derby, quella del dopo non ne prende uno. Qualcosa, nella testa, quei quattro ceffoni l’ha indubitabilmente fatto scattare.
Inutile nasconderselo, il Livorno è pochissima cosa e dovrà lottare duro per conquistare il quart’ultimo posto, tuttavia è stata una vittoria di personalità. Conte s’è dovuto inventare dal nulla una formazione che in difesa rasentava il delirio creativo. Ha funzionato tutto, anche la pazienza che la squadra ha sfoggiato davanti al muro amaranto.
Talvolta questi atteggiamenti avversari premiano oltre ogni merito, quindi applausi alla capacità di non farsi innervosire e di andare avanti imperterriti a macinare gioco. Una partita, questa di Livorno, che mi ricorda molto quella di Parma, facendo le giuste proporzioni tra le due avversarie. Qui come là, però, abbiamo trovato squadre devote al primo non prenderle, pronte a firmare col sangue lo zero a zero. Complimenti perciò ai Conte boys che a tali patti non scendono mai.
E complimenti alla neo-coppia Tevez-Llorente. Quest’ultimo dovrebbe fare un bel giro d’Italia a raccogliere scuse, dopo l’accoglienza iniziale. Si faccia pure accompagnare da Conte, al quale erano bastate poche settimane per sentirsi dare del rovina-attaccanti. Fernando come Bendtner o Anelka: quante ne abbiamo lette. Io, vecchio rancoroso, non le dimentico.
Sembra davvero che Firenze rappresenti una chiave di volta e spezzi questa fase di stagione in un prima e un dopo i quattro schiaffoni. La Juve del prima non aveva subito gol soltanto nel derby, quella del dopo non ne prende uno. Qualcosa, nella testa, quei quattro ceffoni l’ha indubitabilmente fatto scattare.
Inutile nasconderselo, il Livorno è pochissima cosa e dovrà lottare duro per conquistare il quart’ultimo posto, tuttavia è stata una vittoria di personalità. Conte s’è dovuto inventare dal nulla una formazione che in difesa rasentava il delirio creativo. Ha funzionato tutto, anche la pazienza che la squadra ha sfoggiato davanti al muro amaranto.
Talvolta questi atteggiamenti avversari premiano oltre ogni merito, quindi applausi alla capacità di non farsi innervosire e di andare avanti imperterriti a macinare gioco. Una partita, questa di Livorno, che mi ricorda molto quella di Parma, facendo le giuste proporzioni tra le due avversarie. Qui come là, però, abbiamo trovato squadre devote al primo non prenderle, pronte a firmare col sangue lo zero a zero. Complimenti perciò ai Conte boys che a tali patti non scendono mai.
E complimenti alla neo-coppia Tevez-Llorente. Quest’ultimo dovrebbe fare un bel giro d’Italia a raccogliere scuse, dopo l’accoglienza iniziale. Si faccia pure accompagnare da Conte, al quale erano bastate poche settimane per sentirsi dare del rovina-attaccanti. Fernando come Bendtner o Anelka: quante ne abbiamo lette. Io, vecchio rancoroso, non le dimentico.
lunedì 11 novembre 2013
La supremazia non si misura in centimetri
È piuttosto patetico che una partita come quella ammirata allo Stadium venga ridotta ai 21 centimetri in fuorigioco di Llorente in occasione del gol lampo. Il calcio è uno sport vivo, di movimento e di contatto, e 21 centimetri sono misura andrologica da spogliatoio, non da campo.
Il rettangolo verde ci ha regalato ben altre indicazioni. La curva a inizio partita ha esibito una scenografia con il sottotitolo “In Italia c’è solo una squadra”. Non so se sia vero, di certo col Napoli c’è stata una sola squadra in campo.
Il gol del navarro ha solo accelerato l’ineludibile e gli azzurri ne escono tremendamente ridimensionati, considerando che in due scontri diretti con Juve e Roma hanno rimediato cinque gol senza farne neppure uno. Gli stessi giallorossi, acciuffati al 94’ dal bianconero d’esportazione Berardi, ora dovranno gestire il contraccolpo psicologico di quattro punti concessi ai bianconeri in due partite. Turni che, tra l’altro, avrebbero dovuto essere favorevoli ai giallorossi.
Siamo a un terzo quasi esatto del campionato e Conte ha rimesso in ordine le statistiche: negli ultimi quattro turni con Genoa, Catania, Parma e Napoli, dieci gol fatti e soprattutto zero subiti. Anche quest’ultima colonna sta rientrando nei ranghi abituali, dopo aver allarmato non poco il mister. E i tabellini dicono che la Juve è seconda a un’incollatura, con gli stessi punti dello scorso anno, col secondo miglior attacco (26 contro i 29 dell’inter) e la seconda miglior difesa (10 contro i 3 della Roma). Questa è la squadra che qualche settimana fa contro i veniva dipinta in crisi di gioco e di volontà.
Impossibile fare una classifica dei migliori, quando una squadra gira come un cronografo. Certo, abbagliano per la bellezza i gol di Pirlo e Pogba. Quest’ultimo, 20 anni, gioca da professionista con la leggerezza che in molti non hanno quando giocano al giovedì all’oratorio. Soltanto a pensarla una roba come quella che s’è inventato sul gol è da pazzi. E dire che Reina, gran portiere, è stato decisamente il migliore dei suoi.
Grande Pirlo, monumentale Barzagli, al meglio Buffon: i vecchi leoni hanno mostrato gli artigli. Ma ottimo anche Asamoah e in crescita Isla, alla settima partita in stagione, segno che Conte ha deciso che può contare ancora su di lui. Come Llorente alla nona presenza con quattro gol, tutti pesantissimi. Questo è il giocatore che qualcuno già accomunava a Bendtner e Anelka. Questo qualcuno non era certo il mister e, direi, nemmeno Tevez, che pare apprezzare far coppia con un corazziere che fa a sportellate anche per lui.
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giovedì 31 ottobre 2013
lunedì 28 ottobre 2013
Allo Stadium un Genoa incommentabile
Il rispetto dell’avversario non può passare sopra ai principi
sportivi, ai valori, alla base della tenzone agonistica. La
competitività nello sport è tutto e se una squadra è mal
attrezzata, mal disposta e pessimamente assemblata non lo si deve
sottacere in nome di chissà quale etica cavalleresca.
Questo Genoa è indegno della serie A. E se si salverà a fine anno è perché il torneo a 20 squadre sta definitivamente mostrando la corda, esibendo contemporaneamente cinque o sei squadre che soltanto fino a qualche anno fa non sarebbero mai state ammesse alla massima competizione nazionale. È il triste risultato della crisi economica ma anche di una miope programmazione del sistema calcio italiano.
Il discorso ci porterebbe troppo lontano, tuttavia riesce più facile parlare dell’incapacità dei Grifoni di esprimere anche il gioco più elementare, piuttosto che celebrare la ritrovata compattezza della Juve. Che pure c’è stata, dando seguito alla confortante partita di Madrid (ah, che ridere, dopo il Clasico di sabato CR7 piange e si lamenta degli arbitri. Che buffo, eh?).
Sarà un caso, ma se cresce Vidal cresce tutta la squadra, il gioco diventa più arrembante, gli schemi trovano fluidità. Anche Llorente ha fatto la sua parte, confermando che col suo arrivo la rosa s’è rinforzata, altroché. Continuando a spigolare sui singoli, oltre a un monumentale Pirlo e a un inutile Buffon (avessi giocato io in porta avremmo vinto lo stesso), una citazione a parte la meritano Bonucci e Pogba.
Il difensore ha concentrato in 90 minuti tutti i difetti di inizio avventura juventina. Svagato, pasticcione, persino un po’ piacione. Troppi palloni sprecati e disattenzioni potenzialmente pericolose. Merita un paio di partite di riposo per tornare nella massima forma quando servirà davvero, cioè nelle ravvicinatissime sfide con Napoli e Real.
Ancora più innamorato di se stesso è Pogba. Che poi, siamo d’accordo, anche noi stiamo prendendo una brutta cotta nei suoi confronti, ma soltanto l’età lo giustifica quando tenta certi ghirigori. Compito del mister fargli capire che i campioni fanno i numeri, ma i fuoriclasse li fanno solo quando servono.
In ogni caso, commentare una sfida quando l’avversario esulta se supera la metà campo è un esercizio di stile sterile. Temo lo sarà anche la sfida infrasettimanale col Catania. Se però gli organi istituzionali non interverranno, dovremo abituarci a commentare sempre più di frequente l’incommentabile.
Questo Genoa è indegno della serie A. E se si salverà a fine anno è perché il torneo a 20 squadre sta definitivamente mostrando la corda, esibendo contemporaneamente cinque o sei squadre che soltanto fino a qualche anno fa non sarebbero mai state ammesse alla massima competizione nazionale. È il triste risultato della crisi economica ma anche di una miope programmazione del sistema calcio italiano.
Il discorso ci porterebbe troppo lontano, tuttavia riesce più facile parlare dell’incapacità dei Grifoni di esprimere anche il gioco più elementare, piuttosto che celebrare la ritrovata compattezza della Juve. Che pure c’è stata, dando seguito alla confortante partita di Madrid (ah, che ridere, dopo il Clasico di sabato CR7 piange e si lamenta degli arbitri. Che buffo, eh?).
Sarà un caso, ma se cresce Vidal cresce tutta la squadra, il gioco diventa più arrembante, gli schemi trovano fluidità. Anche Llorente ha fatto la sua parte, confermando che col suo arrivo la rosa s’è rinforzata, altroché. Continuando a spigolare sui singoli, oltre a un monumentale Pirlo e a un inutile Buffon (avessi giocato io in porta avremmo vinto lo stesso), una citazione a parte la meritano Bonucci e Pogba.
Il difensore ha concentrato in 90 minuti tutti i difetti di inizio avventura juventina. Svagato, pasticcione, persino un po’ piacione. Troppi palloni sprecati e disattenzioni potenzialmente pericolose. Merita un paio di partite di riposo per tornare nella massima forma quando servirà davvero, cioè nelle ravvicinatissime sfide con Napoli e Real.
Ancora più innamorato di se stesso è Pogba. Che poi, siamo d’accordo, anche noi stiamo prendendo una brutta cotta nei suoi confronti, ma soltanto l’età lo giustifica quando tenta certi ghirigori. Compito del mister fargli capire che i campioni fanno i numeri, ma i fuoriclasse li fanno solo quando servono.
In ogni caso, commentare una sfida quando l’avversario esulta se supera la metà campo è un esercizio di stile sterile. Temo lo sarà anche la sfida infrasettimanale col Catania. Se però gli organi istituzionali non interverranno, dovremo abituarci a commentare sempre più di frequente l’incommentabile.
domenica 20 ottobre 2013
A Firenze un incubo di 15 minuti
Quindici minuti da incubo, ma non illogici. A Firenze la
Juve ha concentrato in un quarto d’ora i mali di una stagione. Tuttavia più dei
quattro gol in soffio e praticamente tutti con chiare responsabilità dei
nostri, quello che stordisce è che fino al 66’ la partita era in controllo e le
uniche recriminazioni riguardavano l’incapacità di segnare il terzo gol.
Spiace aver regalato una gioia così alla Viola, ma la preoccupazione è per il futuro, che non è semplicemente quello prossimo di mercoledì a Madrid. L’impressione che se ne ricava a caldo è che la Juve stia soffrendo di mali profondi.
La difesa, tanto per dire il più grave, non tiene più come una volta. Buffon non solo non fa più miracoli, ma prende anche gol evitabili. Il trio Barzagli Bonucci e Chiellini vanno in apnea, il centrocampo non fa filtro. Pogba, pur dall’alto della sua classe, gioca spesso in irresponsabile leggerezza.
Non si spinge più sulle fasce. Asamoah arriva sul fondo con difficoltà (oltre ad aver causato un rigore da denuncia penale, con l’avversario che andava lontano dalla porta), Padoin manco ci pensa. Lichtsteiner è davvero uno dei pochi insostituibili di questa squadra. E non è un bel segno, perché in una squadra che punta ai massimi livelli ci vuole una panchina profonda.
Mi pare però che il dato più preoccupante sia tutto mentale. La Juve non ha più la testa dello scorso anno. Gli alert di Conte oggi si capiscono meglio.
Ora arriva Madrid e un bivio che può segnare una stagione. Se si fa risultato la partita di Firenze entra nel Museo degli Orrori come un episodio, se si perde, dobbiamo ammetterlo: la crisi diventa conclamata. Intanto, la Roma è lontana già 5 punti. Speriamo di non dovercene rammaricare già a ottobre.
Spiace aver regalato una gioia così alla Viola, ma la preoccupazione è per il futuro, che non è semplicemente quello prossimo di mercoledì a Madrid. L’impressione che se ne ricava a caldo è che la Juve stia soffrendo di mali profondi.
La difesa, tanto per dire il più grave, non tiene più come una volta. Buffon non solo non fa più miracoli, ma prende anche gol evitabili. Il trio Barzagli Bonucci e Chiellini vanno in apnea, il centrocampo non fa filtro. Pogba, pur dall’alto della sua classe, gioca spesso in irresponsabile leggerezza.
Non si spinge più sulle fasce. Asamoah arriva sul fondo con difficoltà (oltre ad aver causato un rigore da denuncia penale, con l’avversario che andava lontano dalla porta), Padoin manco ci pensa. Lichtsteiner è davvero uno dei pochi insostituibili di questa squadra. E non è un bel segno, perché in una squadra che punta ai massimi livelli ci vuole una panchina profonda.
Mi pare però che il dato più preoccupante sia tutto mentale. La Juve non ha più la testa dello scorso anno. Gli alert di Conte oggi si capiscono meglio.
Ora arriva Madrid e un bivio che può segnare una stagione. Se si fa risultato la partita di Firenze entra nel Museo degli Orrori come un episodio, se si perde, dobbiamo ammetterlo: la crisi diventa conclamata. Intanto, la Roma è lontana già 5 punti. Speriamo di non dovercene rammaricare già a ottobre.
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martedì 8 ottobre 2013
Il peggior Milan dell'era Berlusconi
Non è un gran momento per Berlusconi, che domenica sera ha dovuto
assistere anche a un Milan al punto più basso della sua era. Una squadra senza
qualità, sconclusionata, che ha palesemente mollato speranze e
allenatore. Una miseria calcistica, detto senza volontà d’offendere, ma
sottolineando come storia e tradizione del Milan debbano pretendere ben
altro scenario rispetto a quello esibito allo Stadium.
In campo e fuori, Mexes e i cori stupidi e inutili che hanno causato la chiusura di San Siro. Non che, francamente, la nostra curva mi sia piaciuta di più. Dall’allusivo, peloso e per molti versi odioso inno di Mameli cantato durante il minuto di silenzio per le vittime di Lampedusa all’inutile striscione alla fine del primo tempo (“Tribuna: andate, il buffet è pronto”), che sottende il falso assioma per cui per essere tifosi veri bisogna soffrire in piedi con qualche capetto che ti ordini che cosa cantare e che cosa fare. Ma questo è un male soltanto italiano e non è chiudendo i settori che si estirpa. Anzi, si rischia di compattarli. Lo striscione del San Paolo “Napoli colera. E ora chiudeteci la curva” dimostra che quando c’è da schierarsi contro l’autorità, le curve non guardano ai colori.
Si sarà notato che fatico a commentare Juve-Milan. Anche perché non mi sono lasciato abbagliare dal risultato. Ripeto: il Milan è troppo poco per regalarmi emozioni. Sottolineo però le risposte che sono giunte apposta per sminare alcuni malumori sottotraccia.
Il primo, lampante, riguarda Giovinco. L’uomo che non sembrava mai decisivo, scivolato al quinto posto nella gerarchia dell’attacco bianconero. Un gol così bello va dedicato a tutti quelli che si stavano dimenticando di lui. E tra questi non c’è Conte, che dal canto suo ha messo a sedere chi gli contesta che non sa leggere la partita in corso.
Mentre tutto lo Stadium acclamava Llorente, lui ha buttato nella mischia la Formica Atomica, sapendo che la difesa rossonera poteva essere scassinata col gioco a terra, rapido, e quello dopo due minuti dimostrava quanto avesse ragione. Prima ancora s’era inventato un Pogba di fascia che, dopo l’insostenibile timidezza di Padoin, ha finalmente attaccato Constant, mandandolo in bambola e creando l’uomo in più.
Per il resto, ogni critica naufraga davanti al tabellino di sei vittorie e un pareggio su sette partite.
In campo e fuori, Mexes e i cori stupidi e inutili che hanno causato la chiusura di San Siro. Non che, francamente, la nostra curva mi sia piaciuta di più. Dall’allusivo, peloso e per molti versi odioso inno di Mameli cantato durante il minuto di silenzio per le vittime di Lampedusa all’inutile striscione alla fine del primo tempo (“Tribuna: andate, il buffet è pronto”), che sottende il falso assioma per cui per essere tifosi veri bisogna soffrire in piedi con qualche capetto che ti ordini che cosa cantare e che cosa fare. Ma questo è un male soltanto italiano e non è chiudendo i settori che si estirpa. Anzi, si rischia di compattarli. Lo striscione del San Paolo “Napoli colera. E ora chiudeteci la curva” dimostra che quando c’è da schierarsi contro l’autorità, le curve non guardano ai colori.
Si sarà notato che fatico a commentare Juve-Milan. Anche perché non mi sono lasciato abbagliare dal risultato. Ripeto: il Milan è troppo poco per regalarmi emozioni. Sottolineo però le risposte che sono giunte apposta per sminare alcuni malumori sottotraccia.
Il primo, lampante, riguarda Giovinco. L’uomo che non sembrava mai decisivo, scivolato al quinto posto nella gerarchia dell’attacco bianconero. Un gol così bello va dedicato a tutti quelli che si stavano dimenticando di lui. E tra questi non c’è Conte, che dal canto suo ha messo a sedere chi gli contesta che non sa leggere la partita in corso.
Mentre tutto lo Stadium acclamava Llorente, lui ha buttato nella mischia la Formica Atomica, sapendo che la difesa rossonera poteva essere scassinata col gioco a terra, rapido, e quello dopo due minuti dimostrava quanto avesse ragione. Prima ancora s’era inventato un Pogba di fascia che, dopo l’insostenibile timidezza di Padoin, ha finalmente attaccato Constant, mandandolo in bambola e creando l’uomo in più.
Per il resto, ogni critica naufraga davanti al tabellino di sei vittorie e un pareggio su sette partite.
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giovedì 26 settembre 2013
Numeri e impressioni
Tredici punti su 15 e questo è molto bene. Cinque vittorie e due pareggi su sette partite ufficiali e questo è altrettanto bene. Dieci gol fatti in campionato, media di due secchi a partita, e questo è davvero okay. Quattro gol subiti, quasi uno a partita, e questo non è buono. Quarta partita a fila in cui si va sotto e questo è proprio male.
Numeri. Si possono prendere e girare come si vuole, ma poi è l’impressione del campo a parlare davvero. Questa non è la Juve che ci fa innamorare. Anzi, a dirla tutta, ci farebbe pure un po’ preoccupare se poi la classifica non cantasse come fa.
Il campionato è davvero di basso livello ma sarebbe forzato dire che quei 13 punti sono figli della mediocrità. Il calendario finora non ci ha fatto sconti e non ce ne farà nemmeno nel prossimo futuro, col derby alle porte e il Milan dopo il Galatasaray, partita chiave del gruppo di Champions. Però c’è qualcosa di incriccato nel magnifico meccanismo della Juve di Conte delle scorse stagioni.
Il gioco scorre meno fluido e senza Lichtsteiner e Asamoah, quando è in spolvero, manca totalmente spinta dalle fasce, quella che scardina le difese avversarie. Si nota una strana propensione al tiki-taka sterile sui trenta metri avversari, nell’attesa di trovare varchi che sono sempre più difficili da individuare.
La difesa imbarca gol impensabili fino a qualche tempo fa. Un po’ perché Barzagli avrebbe bisogno di riprendersi con calma dei suoi acciacchi, un po’ perché Ogbonna fatica a capire gli automatismi dei compagni di reparto, un po’ perché Chiellini fatica a entrare a regime. E qualcosa più di un po’ perché il centrocampo fa meno filtro del solito e Buffon è in una fase critica (gli suggeriamo di mandare un mazzo di fiori all’assistente Preti, perché senza quell’assurda sventolata sarebbe un bersaglio grosso).
Detto questo è senz’altro un bel vantaggio poter lavorare su quello che non va continuando a vincere. Conte lo sa e predica calma. Continua a ripetere che vincere tre scudetti a fila è un traguardo storico. Con una Juve al 100 per cento sarebbe più alla portata, ma c’è tempo per raddrizzare una barca che finora non si è mai davvero stortata.
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mercoledì 18 settembre 2013
Quando il cuore si scolla dalla ragione
Dopo una partita siamo già a fare i conti sul girone di qualificazione di Champions. Non una bella prospettiva, perché su quel campo maledetto (dove già l’anno scorso abbiamo inciampato sul Nordsjealland) Real Madrid e Galatasaray vinceranno.
Se non vogliamo spaccarci la testa con la matematica però prendiamo come viene una partita dietro l’altra. Essere in piena forma a settembre non ha senso e la Juve può soltanto crescere. Tuttavia, guardando in simultanea le altre squadre top sui monitor del canale televisivo dove ero ospitato, la differenza – ahinoi – brillava. Mentre il Real asfaltava i turchi, il Bayern, il Psg, il City, lo United si divertivano con squadre ben più di spessore del Copenaghen.
E, inevitabilmente, mi sono tornate in mente le parole aspre di Conte della fine della scorsa stagione. Devo dargli atto, aveva ragione a urlare che la Juve ha un gap che non può essere colmato con due o tre colpi di mercato. Non avevo dato il peso sufficiente a quello sfogo, mi era sembrato addirittura fuori misura. Temo che invece fuori misura fossi io.
Vedremo e non disperiamo, anche se ieri mi si è scollato il cuore dalla ragione. Sbagliare cinque volte da soli davanti al portiere non è un alibi, semmai un’aggravante. Segno di poca lucidità. Come troppi sono i segnali preoccupanti. Chiellini è totalmente fuori fase. Ogbonna è in panico e non ha ancora capito come muoversi. Pogba continua a gigioneggiare, spesso con mossette fini a se stesse. Tevez deve diventare decisivo, perché così rischia di mischiare il fumo con l’arrosto. Ho visto tentativi di rabone e colpi di tacco, anche quando eravamo sotto: inspiegabile. Come è inspiegabile, per me, un cambio Peluso-De Ceglie, se si vuole rimontare uno svantaggio.
Insomma, una serata storta, che viene dopo la partita di San Siro che drittissima non era. Adesso questo periodo va gestito psicologicamente. Non siamo più abituati a inseguire e non si può toppare con le veronesi.
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sabato 14 settembre 2013
A San Siro la Juve che Conte non vuole
Una partita brutta, noiosa, lenta. Perché è stata una Juve brutta,
noiosa, lenta. E disattenta. Certo, Mazzarri ha fatto dell’Inter una
squadra, dimostrando che l’allenatore conta, oltre a sottolineare le
vere qualità di Stramaccioni.
Però a San Siro è scesa in campo una delle Juventus più deludenti dell’era Conte e non è merito di Mazzarri. Le motivazioni profonde andranno misurate, ma intanto spiccano alcune valutazioni.
Le fascia destra, che di solito è il nostro punto di forza, ha patito un Lichtsteiner nervoso e poco dinamico e un Isla che ha fatto tirare due sospiri di sollievo a San Siro. Uno per come s’è mangiato un gol fatto, l’altro perché non veste la maglia nerazzurra.
Pirlo, mi fa grondare il cuore scriverlo, ha bisogno di essere aiutato. In campo, perché se non si fa movimento e non ha scarichi, la palla la perde pure uno con la sua classe. Fuori dal campo, perché ha bisogno di tirare il fiato e Conte deve inserirlo nel turn over.
In questo potrà essere utile Pogba, che stasera però andrà incontro a qualche bella lavata di capo da parte del mister. Il ragazzo va tenuto coi piedi per terra e, a fronte di qualche giocata da fuoriclasse assoluto, stasera l’ho visto fare qualche gigioneggiata per lui inusuale.
Tevez è un attaccante di grande livello, sa sempre cosa fare col pallone e ama prendersi le responsabilità. Ma il peso della sua autorevolezza mi pare che accentri troppo il gioco. Lo cercano tutti, sempre, anche quando non è necessario o addirittura quando non si dovrebbe.
Non si può tuttavia sottovalutare il colpo di reni dopo due minuti da un colpo che poteva essere da k.o. (l’errore del Chiello è talmente grande da essere ingiudicabile: non si ripeterà mai più). Pareggiare così è segno di forza mentale. Ed è segno che abbiamo un fuoriclasse di caratura internazionale: Arturo Erasmo Vidal Pardo.
Però a San Siro è scesa in campo una delle Juventus più deludenti dell’era Conte e non è merito di Mazzarri. Le motivazioni profonde andranno misurate, ma intanto spiccano alcune valutazioni.
Le fascia destra, che di solito è il nostro punto di forza, ha patito un Lichtsteiner nervoso e poco dinamico e un Isla che ha fatto tirare due sospiri di sollievo a San Siro. Uno per come s’è mangiato un gol fatto, l’altro perché non veste la maglia nerazzurra.
Pirlo, mi fa grondare il cuore scriverlo, ha bisogno di essere aiutato. In campo, perché se non si fa movimento e non ha scarichi, la palla la perde pure uno con la sua classe. Fuori dal campo, perché ha bisogno di tirare il fiato e Conte deve inserirlo nel turn over.
In questo potrà essere utile Pogba, che stasera però andrà incontro a qualche bella lavata di capo da parte del mister. Il ragazzo va tenuto coi piedi per terra e, a fronte di qualche giocata da fuoriclasse assoluto, stasera l’ho visto fare qualche gigioneggiata per lui inusuale.
Tevez è un attaccante di grande livello, sa sempre cosa fare col pallone e ama prendersi le responsabilità. Ma il peso della sua autorevolezza mi pare che accentri troppo il gioco. Lo cercano tutti, sempre, anche quando non è necessario o addirittura quando non si dovrebbe.
Non si può tuttavia sottovalutare il colpo di reni dopo due minuti da un colpo che poteva essere da k.o. (l’errore del Chiello è talmente grande da essere ingiudicabile: non si ripeterà mai più). Pareggiare così è segno di forza mentale. Ed è segno che abbiamo un fuoriclasse di caratura internazionale: Arturo Erasmo Vidal Pardo.
lunedì 2 settembre 2013
La forbice s'è allargata. Troppo
Basta leggere il tabellino: le cinque squadre a punteggio pieno hanno segnato in totale 29 gol e subiti 6, di cui 3 solo la Fiorentina. In pratica, Juve, Napoli, Inter, Fiorentina e Roma hanno piazzato uno score di “partita media” di 3-0.
Lo stesso strapotere della Juve che ha schiantato la Lazio con un 8-1 in 15 giorni parla chiaro: il processo di “portoghesizzazione” del calcio italiano è in avanzatissima fase di radicalizzazione, se pure una squadra di vaghe ambizioni come quella romana è costretta a guardare la Juve col binocolo.
Senza mancare di rispetto ai cugini lusitani, un campionato dove vincono solo Porto e Benfica (e quando nevica in agosto, Sporting Lisbona) rappresenta tutto quello che non avremmo mai voluto vedere da noi.
La realtà poi, Calciopoli o meno, ci ha da molti anni smentito, visto che è dal 2001 che vincono solo le squadre a strisce. Tuttavia, il divario con le piccole finora sembrava netto, ma non abissale come in Portogallo. O, facendo un bel di tutta un’erba un fascio, nella penisola iberica, visto come Barça e Real rastrellano tutte le altre.
Dopo le due giornate iniziali, il panorama sotto questo punto di vista mi pare desolante. La qualità di gioco è talmente scadente che il diluvio di gol (43 solo nella seconda giornata) non è sintomo di spettacolo, ma di lacune spaventose. Sorvoliamo sulla prestazione dei portieri (su tutti, il povero Perin, uno dei giocatori sorprendentemente più sopravvalutati della scorsa stagione). Errori così marchiani e a raffica fanno colore (o orrore), ma non statistica.
La tristezza dei fatti risiede nella qualità generale del gioco delle squadre che non hanno 6 punti (sì, pure del Milan, facendo la media ponderata di quello che abbiamo visto a Verona e col Cagliari).
La forbice s’è allargata ancor di più rispetto allo scorso anno. Con 27 vittorie in 38 partite, quella della Juve mi era sembrata una stagione senza storia. Ma questa mi pare promettere pure peggio. Il rischio è che si deciderà nelle due partite col Napoli, sempre che la banda Benitez non perda la trebisonda, con il girone di Champions che succhierà molte più energie a loro che a noi.
Non vorrei essere costretto a rimpiangere l’era del G-14 e dei progetti di campionati d’élite. In quel caso, non so proprio quante italiane verrebbero invitate.
P.S.: Dopo 20 anni ha segnato a Torino un giocatore con la maglia bianconera numero 10 e non si chiama Alessandro Del Piero. Tevez ha già scritto un pezzo di storia.
martedì 2 luglio 2013
mercoledì 26 giugno 2013
Esticazzi
Competizioni nazionali
Campionato argentino: 1
Boca Juniors: Apertura 2003
Campionato brasiliano: 1
Corinthians: 2005
Campionato inglese: 3
Manchester United: 2007-2008, 2008-2009
Manchester City: 2011-2012
Community Shield: 2
Manchester United: 2008
Manchester City: 2012
Coppa di Lega inglese: 1
Manchester United: 2008-2009
Coppa d'Inghilterra: 1
Manchester City: 2010-2011
Competizioni internazionali
Coppa Libertadores: 1
Boca Juniors: 2003
Coppa Intercontinentale: 1
Boca Juniors: 2003
Coppa Sudamericana: 1
Boca Juniors: 2004
Champions League: 1
Manchester United: 2007-2008
Coppa del mondo per club: 1
Manchester United: 2008
Nazionale Campionato sudamericano Under-20: 1
Uruguay 2003
Oro olimpico: 1
Atene 2004
mercoledì 12 giugno 2013
Higuain come Van Persie
Leggo che Florentino ci sta già rimbalzando: "Se la Juventus pensa di offrire 30 milioni di euro per Higuain è meglio che non vengano, perché 30 milioni non bastano". Sgarbato al punto da far prevedere un'altra estate alla Van Persie per la truppa Marotta.
Poi vedo che per comprare un Signor Qualsiasi come Ogbonna ci si chiude nell'ufficio di Cairo per quattro ore e si esce con un nulla di fatto.
E io non ho più punti fermi. Solo la certezza che sarà un'estate lunga e noiosa.
Poi vedo che per comprare un Signor Qualsiasi come Ogbonna ci si chiude nell'ufficio di Cairo per quattro ore e si esce con un nulla di fatto.
E io non ho più punti fermi. Solo la certezza che sarà un'estate lunga e noiosa.
mercoledì 5 giugno 2013
lunedì 6 maggio 2013
Il pagellone dello scudetto
Buffon 8,5 – Un torneo certamente facilitato da una difesa sempre più super, ma l’erroraccio dello scorso anno col Lecce gli deve aver acceso la lampadina dell’attenzione ed è sembrato badare più al sodo del solito. La parata dell’anno l’ha scelta lui stesso: quella di sul colpo di testa di Emeghara in Juve-Siena 3-0.
Barzagli 9,5 – Alzi la mano lo spergiuro capace di affermare che ci saremmo aspettati un giocatore del genere quando arrivò dal Wolfsburg. Lucido, sicuro, pulito, intelligente. Nel 2006 è diventato campione del mondo, ma forte così non lo è mai stato.
Bonucci 9 – Poco più di un anno fa usciva dallo Stadium tra i fischi. Uno scempio logico (non si fischia mai un proprio giocatore), ma anche tecnico: Leo ci ha messo poco per dimostrarci chi è davvero. Da quando ha ottenuto un po’ di fiducia, è addirittura diventato il primo play maker della manovra bianconera.
Chiellini 8 – Del monumentale trio di difesa è quello che ha pagato di più assenze e infortuni. Ma la sua assenza s’avverte e pesa. Il gol al San Paolo, poi, nobilita l’intera stagione.
Lichtsteiner 8,5 – Non so quanti polmoni abbia, ma la sua fascia andrebbe rizzollata ogni settimana per tutto il suo arare in su e in giù. Contro il Bayern a Torino si sono sentiti molti sospiri: “Ah, se ci fosse lui!”. Lui segna sempre alla prima di campionato e poi si vince. Consiglio: facciamolo segnare anche il prossimo anno.
Vidal 10 – L’uomo dell’anno, senza alcun dubbio. Con Arturo la Juve è cresciuta, ma pure lui è cresciuto grazie alla Juve. Preso dalla Germania per fare la diga e segar legna, è diventato un leader in campo e fuori. In doppia cifra anche nel tabellino dei gol, le sue reti non si contano soltanto, si pesano: una doppietta alla Lazio all’Olimpico, al Milan, nel derby e il gol scudetto non sono gol qualunque.
Pirlo 8 – Mezzo punto in meno perché lui è il Professore e ci si aspetta sempre qualcosa in più degli altri. Qualcosa ha certamente patito in stagione, forse anche perché gli avversari stanno capendo come ingabbiarlo. Tuttavia, quando la palla transita per i suoi piedi si ha sempre la sensazione che il dio del calcio si apra in un sorriso. Cinque gol su punizione.
Marchisio 8 – Stagione con qualche calo di tensione, senza contare lo scalcagnato schema 3-5-1-1, che lo costringe a giocare fuori ruolo. Sempre al servizio della squadra e se Pogba è sbocciato è anche merito suo che gli ha lasciato spazio. Tre gol al Torino in una stagione valgono una carriera.
Pogba 9 – È nata una stella. Il ragazzone di Lagny-sur-Marne ci ha messo un mesetto per far capire al popolo dello Stadium di che pasta è fatto, ovvero da quando lo scorso 20 ottobre ha trafitto De Sanctis con una legnata da fuori di sinistro e dieci giorni dopo ha regalato una vittoria fondamentale al 47’ del secondo tempo contro il Bologna. Mezzo punto in più per un futuro da invidiare: teniamocelo stretto.
Asamoah 6,5 – La mia personalissima delusione. Ho la sua maglia da luglio e pensavo sinceramente che sarebbe stato il crack di quest’anno, previsione rispettata fino alla Coppa d’Africa, poi è scomparso. Afflitto forse da una preparazione poco mirata e di sicuro da qualche timidezza di troppo, non ha reso come avrebbe potuto. Ma questa può essere una buona notizia: il prossimo anno avremo un Asa in più.
Vucinic 8 – Come mi riesce difficile essere lucido, parlando di Mirko, uno che riesce a farti innamorare e incazzare a mille nel giro di cinque minuti. Tuttavia quando lui manca là davanti si sente, in termini di manovra e di personalità. I critici ironizzano dicendo che gioca in pantofole: mettesse più spesso le scarpe sarebbe da Pallone d’oro.
Matri e Quagliarella 7,5 – Li metto insieme, per non ripetermi. Entrambi sempre a un passo dall'essere indispensabili e ogni volta si ritrovano seduti in panca. Chissà cosa frulla nella loro testa. In quella di Conte è abbastanza chiaro, invece: non sono loro i suoi attaccanti tipo. Tuttavia, insieme sommano 15 gol, molti pesanti come i due all’Inter a San Siro. O come quello psicologicamente importantissimo a Verona che Matri considera il più bello di tutta la sua carriera. Mezzo punto in più perché a me tutti e due danno l’impressione che potrebbero servirci anche il prossimo anno.
Giovinco 6 – Mi dispiace moltissimo essere così severo, ma se c’è uno che ha fallito la stagione è proprio Seba. Lasciamo i conti finanziari agli amministratori e concentriamoci sul campo. Tra le punte è stato quello più spinto da Conte e contemporaneamente quello che ha lasciato meno il segno. Evanescente e troppo leggero in Europa, è quasi sempre stato schierato prima punta, quando fisico e passo non glielo consentono. Sette gol sì, ma quanti decisivi?
Caceres, Padoin, Peluso 6,5 – I portatori d’acqua, i bravi soldatini, come li chiamerebbe Cassano (che, per inciso, con la sua arte, sta affogando a -30). È gente così che esalta i campioni.
Giaccherini 7 – Inutile dilungarsi su Giaccherinho: ha segnanto il vero gol scudetto all’ultimo secondo di Juve-Catania, l’emozione più forte di tutta la stagione 2012-13.
Isla, De Ceglie s.v. – Per un motivo o per l’altro i due non sono giudicabili. Certo, Mauricio ha avuto più occasioni di Paolo. E le ha sprecate.
Bendtner e Anelka 8 – Una stagione surreale per una coppia surreale, ma non una parola di troppo o mezza polemica. Muti e rassegnati: bravi, per questo meritano un 8. Poi il danese si è andato a sfogare in patria, ma ci era stato presentato come un pazzoide e nessuno qui l’ha mai visto in mutande. Pare che ci abbia dato dentro durante la festa scudetto: un futuro da pr.
Conte 10 e lode – Nella storia da capitano e da allenatore, è già un capitolo da enciclopedia, ma vincere lo scudetto due volte a fila ti spalanca le porte dello J-Museum. Questa, senza i Platini, gli Zidane, i Del Piero verrà ricordata come la Juve di Conte. La lode se la guadagna per le dichiarazioni post vittoria, che possiamo parafrasare così: “L’Italia è troppo piccola per noi”. Vincere è la vera condanna bianconera, altro che Palazzi.
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