martedì 13 settembre 2011

L'avevo nel cellulare

E mi sembrava uno spreco tenerla tutta per me. E' una delle foto della cerimonia d'inaugurazione dello Juventus Stadium. Non è bellissima?

Con tutti quei trofei... (cliccate per ingrandire)

domenica 11 settembre 2011

God bless Andrea Pirlo (A-Team su LaStampa.it)

Non so che significhi questo 4-1 in prospettiva. Forse poco, forse niente, ma so che lo scorso anno abbiamo cominciato perdendo a Bari, mentre oggi ho visto una squadra attaccare anche sul 4-0. Poi, proprio per questo, s’è presa un gol e, soprattutto, il rosso di De Ceglie, ma è un segnale che, comunque se lo rigiri, mi piace.

Per il resto, direi che la sintesi più macroscopica del rapporto tra la Juve di Delneri e questa di Conte è che lo scorso anno il gioco veniva impostato da Felipe Melo, oggi da Pirlo. Sportivamente parlando, è come essere guariti da una brutta malattia. (Se in altra occasione vogliamo, possiamo pure impegnare ore per provare a spiegarci come solo si potesse pensare dare il boccino in mano a uno come il brasiliano, ma oggi no: non voglio rovinarmi la giornata).

Detto questo, oggi non si poteva che vincere. Il Parma pareva saperlo ed è entrato nel sempre più galvanizzante Juventus Stadium con l’entusiasmo del capretto sacrificale. Il resto l’ha fatto il dodicesimo uomo in campo, che sarà anche una definizione retorica, ma una cosa è giocare in un catino vuoto con lo spettatore più vicino che intuisce la palla solo se ha il binocolo, un’altra con la gente che se allunga il braccio ti piglia a schiaffi.

A spanne, io dico che questo stadio ci porterà almeno cinque o sei punti in più. Gli altri vanno fatti con una squadra che, non ci piove, rispetto a quella dello scorso anno ha un tasso tecnico neppure comparabile. E, nel calcio almeno, vince sempre chi ha classe.

Intanto, diamo il benvenuto nella sua nuova casa ad Andrea Pirlo. Finalmente un nuovo arrivo degno di cotanta gloriosa maglia. Che il Dio del calcio gli preservi la salute: il nostro campionato dipende un bel po’ anche da quella.

venerdì 9 settembre 2011

Io c'ero

Io c'ero. E c'ero già prima di entrare nella Nuova Casa. C'ero in autostrada, sulla A-4 Milano-Torino, quando insieme a decine e decine di auto tutte bardate di bianconero, sono giunto allo svincolo per la tangenziale, direzione Venaria, e ho letto l'indicazione: “Stadio Juventus”. Non stadio e basta, non stadio Delle Alpi. Stadio Juventus. Come se fosse una città, e infatti è di più: è un popolo intero. Quello che ieri sera s'è riversato in massa a coronare un sogno. Imboccando quella deviazione, ho capito che era anche metaforica: la storia del calcio italiano stava svoltando e si immetteva nel futuro.

E poi c'ero quando sono arrivato sotto l'ingresso della Tribuna Centrale, o come cavolo si chiama, e ho letto i caratteri monumentali che lo sormontano: Juventus Football Club. Vedendo quella scritta, chissà che emozione avrebbe ricevuto l'Avvocato, che diceva che la J maiuscola sui giornali gli faceva balzare il cuore, qualsiasi altra lettera venisse dopo. Già dalla strada è chiaro che lì entriamo solo noi, che è solo nostro. È casa nostra e tutti gli altri sono ospiti (e per lo più indesiderati).


C'ero anche quando il presidente Andrea Agnelli ci ha dato il benvenuto e, non inquadrato dalle telecamere, ha strappato l'erba del prato, quello “che non sa mentire, perché dice sempre la verità”.

E c'ero quando Giampiero Boniperti, 461 partite in bianconero, non riusciva a leggere il discorsetto, non perché aveva gli occhiali in tasca, ma perché le lacrime che gli offuscavano la vista, mentre noi sugli spalti inghiottivamo un'emozione immensa quanto lui.

E poi c'ero quando s'è accesa la fiaccola “In Memory” e mi sono maledetto per non essere riuscito a portare i miei figli e poter piangere di commozione con loro, come piansi con mio padre sotto il tramonto rosso sangue di Bruxelles.

Io c'ero e, per la prima volta da juventino, mi sono sentito davvero a casa. Welcome home.

martedì 6 settembre 2011

mercoledì 31 agosto 2011

Tanto io seguo un altro sport

S’è chiuso il mercato e tocca parlarne. Dura dopo un weekend dove il Manchester United ha rifilato 8 gol all’Arsenal che aveva liquidato l’Udinese nei preliminari di Champions; dove il Barcellona, squadra tra le più belle in assoluto che i miei occhi abbiano mai potuto osservare, ha regalato una “manita” anche al Villareal di Pepito Rossi, squadra che va tanto di moda nel giornalismo nostrano; dove il Real Madrid ne fa 6 al Saragozza e ha una fame tale che al sesto gol esulta come se fosse il primo.

Dura quando di colpo si dimezza il parco di campioni di livello mondiale del nostro intero campionato: è successo quando l’altro è scappato in Russia.

Dura quando pure gli allenatori perdenti e nonostante ciò riconfermati fuggono all'estero.

Dura quando partono un 23enne (Alexis Sanchez) e un 22enne (Javier Pastore), e si spaccia l’arrivo di un anziano bucaniere di 32 anni (Diego Forlan) come una giusta compensazione.

Durissima quando tocca leggere che il mercato finisce col botto perché qualcuno compra Zarate o Nocerino.

Quasi impossibile se tutta Italia sa da sei anni che alla Juve serve un centrale di difesa e quelli comprano dieci giocatori in ogni altro ruolo possibile.

Sarà che quest’estate, girando l’Europa e non potendo seguire da vicino le vicende nostrane, mi sono abituato a guardare un altro sport . Per tutto agosto, infatti, ho seguito il calcio e, pensate un po', ho scoperto che mi piace.