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sabato 18 giugno 2011

Tutti colpevoli, nessun colpevole?

Ho l'onore di essere amico di due veri maestri di un giornalismo che non c'è più. E che, proprio perché troppo qualificati, l'editoria italiana, ormai cronicamente incapace di riconoscere il valore aggiunto dei fuoriclasse e interessata soltanto ai conti economici, li ha spinti alla pensione. Meglio una pletora di stagisti a costo zero che altrettanto abbiano da dire (e da protestare sindacalmente, ma questo è un altro discorso), che due esperti signori, con decine di Mondiali e Olimpiadi nelle suole.

Due così dovrebbero essere prime firme dei maggiori quotidiani italiani, invece si trovano a barcamenarsi tra web, canali televisivi regionali e il riconoscimento di quei lettori ancora non obnubilati e rimbambiti dal giornalismo megafono dei poteri forti.

Questi due maestri è ora che li presenti: si chiamano Roberto Beccantini e Franco Rossi.

Ebbene, entrambi, in tempi non sospetti, perciò pre-Calciopoli, mi regalarono due aforismi del tutto coincidenti. Mi risuonano in testa sempre più spesso, in questo disgraziato periodo.

Il Beck, mentre raccoglievo il materiale per Moggi Bianco & Noir (che, ci tengo a ricordarlo, non fu un instant-book, ma nacque prima dello scandalo, anche se venne pubblicato in contemporanea), mi dettò brutalmente: “Nel calcio il più pulito ci ha la rogna”.

Francone, senza consultarsi, rimarcò: “In un bordello è inutile cercare vergini”.

Ovvio che queste due lapidarie definizioni viene da applicarle quando si commenta la radiazione di Moggi, Giraudo e Mazzini. È giusto infliggere la condanna a morte sportiva a tre persone che facevano quello che s'è poi scoperto facevano molti altri, che oggi circolano a testa alta, felici e vincenti?

Tutti colpevoli, nessun colpevole: il padre di questo scempio giuridico fu Bettino Craxi, quando, all'alba di Tangentopoli, col celebre discorso in Parlamento provò a smuovere le coscienze degli altri responsabili di partito. Che tacquero. E lui non trovò di meglio che scappare all'estero. Oggi qualcuno prova a riabilitarlo, ma soltanto per avere vantaggi di sponda.

Perché il tema continua a riproporsi: l'Italia è piena di bordelli e, ogni tanto, qualcuno viene beccato dalla Buoncostume. Allora, prova a salvarsi dicendo che così fan tutti.

Non so, sarà che lo faran pure tutti, ma non io, però 'sta cosa che se tutti infrangono la legge allora non deve pagare nessuno a me fa girare gli zebedei a elica. Se ogni tanto provassimo ad applicare l'antica norma che se uno infrange la legge paga, indipendentemente da quello che gli succede attorno, è tanto rivoluzionario?

Poi, certo, tecnicamente Moggi e Giraudo sono stati incastrati senza uno straccio di prova vera, da tribunale serio. Ma altrettanto possiamo dire, tanto per fare nomi, dell'amministratore delegato del Milan che cenava di nascosto con Collina o dei massimi dirigenti interisti che promettevano un posto in banca all'arbitro Nucini. Per tacere degli attuali presidenti di Lazio e Fiorentina.

E, allora, perché i primi sono stati condannati a morte (sportiva) e gli altri no? Questo qualcuno, lì nel bordello, dovrebbe spiegarcelo. Così potremmo grattarci la rogna consapevolmente. Chissà, magari pure abituandoci ad auspicare un rivoluzionario: tutti colpevoli, tutti puniti.

lunedì 7 marzo 2011

La vera sconfitta è non aver scacciato il fantasma di Moggi

Il vostro progetto? Meno 20 dal Milan, recitava il sarcastico striscione nello spicchio rossonero dell’Olimpico. In effetti, la cruda aritmetica fa rabbrividire, considerando che mancano ancora dieci partite. Ma è la parola “progetto” il focus dello sfottò. La scorsa gestione lo si pronunciava alla francese, la presente con la nobile inflessione torinese della Real Casa, ma per tutta Italia è un triste inno alla disfatta bianconera.

In questi giorni, una larga fetta degli juventini più accesi sembra essere più interessata a quello che succede nelle aule del Tribunale di Napoli, che di quello che succede a Vinovo e dintorni. Tifosi che discettano di codici e codicilli come, in altri tempi, di cartellini e fuorigioco. S’appassionano di arringhe e testimonianze, quando un giorno si accaloravano per le punizioni a giro o i dribbling sulla fascia.

Io stesso ricevo molte più mail di commenti feroci sul Pm Narducci, che non di arrabbiature per una stagione che riesce a essere peggiore di quella scorsa, che credevamo rappresentasse il fondo.

Al di là dell’attuale settimo posto e di una campagna acquisti disastrosa, il fallimento più grande del “progetto” di ricostruzione dal 2006 a oggi è proprio questo: essersi dimostrati incapaci di far dimenticare il passato, di girare pagina. Di impedire di credere che l’attuale situazione sia il cascame diretto della rivoluzione di Calciopoli, di non lasciare il campo ai complottisti, che nei disastri sguazzano come i lucci nelle acque gelate.

È ben vero che la luce del 2006 si riflette sul presente: una squadra di grandezza mondiale fu disgregata e gettata alle ortiche, con un processo che lasciò colpevolmente troppe ombre, sia per come venne gestita l’accusa sia per come venne sostenuta la difesa. Ma cinque anni di lavoro, con investimenti da “sesta squadra in Europa” (definizione presidenziale), dovevano portare se non scudetti o coppe, certamente all’obiettivo minimo: disinnescare Moggi.

Perché è assurdo che una larga fetta di tifoseria bianconera sia ancora in attesa di sapere se verrà radiato o meno, nella speranza di un suo impossibile reintegro nei ranghi dirigenziali. Quanto meno per ragioni anagrafiche: Luciano Moggi va per i 74 anni, può essere lui il futuro?

Ecco vera cartina tornasole della sconfitta sia del duo Blanc - Cobolli Gigli (e di chi li aveva messi alla guida di una società di calcio, senza il benché minimo curriculum), sia dell’attuale dirigenza, che ha alimentato troppe illusioni la scorsa estate e, probabilmente, con un presidente con un cognome più grande delle effettive possibilità di manovra.

Ora, francamente, attendere con trepidazione il risultato di un processo per sapere le sorti di un ultra-settantenne regala una dimensione molto italiana al “progetto”, ma lascia anche molto disagio in un paese che sembra non dar chance ai giovani.

Pensare che Luciano Moggi, alla veneranda età di 74 anni, non possa andare a vedere Juve-Milan “per non mettere in difficoltà nessuno, perché i tifosi avrebbero pensato più ad invocare il mio nome che a sostenere l’attuale dirigenza e squadra” (ipse dixit), è una fotografia triste. Della Juve e del Paese.